Grazie, Presidente. Credo che uno degli insegnamenti principali di questo referendum britannico, uno degli insegnamenti più preoccupanti, se vogliamo, è che niente è irreversibile, neanche il progetto comunitario, neanche quell'Unione europea dentro la quale siamo stati tutti abituati, da decenni, a rappresentare il nostro posto nel mondo. Il referendum britannico dice anche a noi che quello che è stato costruito in settant'anni può essere demolito pezzo dopo pezzo, lasciando i popoli europei senza la tutela della principale istituzione sovranazionale che siamo riusciti a costruire con strumenti democratici nella nostra storia più che secolare.
D'altra parte, viene da pensare quante volte, anche solo nell'ultimo secolo, la storia italiana e la storia continentale ci hanno mostrato la demolizione di equilibri che erano considerati indistruttibili, oppure, sempre la storia italiana e la storia continentale, ci hanno mostrato svolte anche negative, persino catastrofiche, che poco tempo prima sarebbero sembrate del tutto fantasiose.
La storia sorprende per definizione e quello che è successo a Londra e in Gran Bretagna è, appunto, una sorpresa per molti di noi, e tuttavia chi ha una responsabilità politica deve ricordarsene ad ogni passo, senza dare niente per scontato. La reversibilità del progetto comunitario va presa molto sul serio, come sta facendo anche in questi giorni il Governo italiano, va presa sul serio nei suoi profili di rischio, senza più alcuna inibizione per quanto riguarda la possibilità finalmente di discutere di Europa, perché troppo spesso nel nostro Paese l'Europa comunitaria è stata un argomento messo al riparo da una discussione autentica, franca e senza sconti. Troppo spesso, nel nostro passato anche recente, abbiamo pensato che dall'Europa appunto non si potesse mai tornare indietro e che, dunque, non valesse la pena motivare le ragioni del nostro europeismo. Non era così, neanche in passato, ma oggi certamente è chiaro a tutti che non può più essere così.
La vicenda che stiamo attraversando in questi giorni è l'occasione per gli europeisti di mettere fuori la testa, affrontando nel merito e senza alcuna retorica le ragioni di fondo del progetto comunitario. E la prima e fondamentale ragione del nostro essere europeisti, in fondo, è la stessa che spinse i nostri padri e i nostri nonni a scegliere la strada dell'Unione europea, ovvero l'interesse nazionale italiano. Come allora fu chiaro ai Padri fondatori che l'interesse dell'Italia e degli italiani, dopo la catastrofica stagione delle guerre fasciste, era solo ed esclusivamente dentro il progetto comunitario, oggi è altrettanto chiaro che fuori dall'Unione europea non c’è alcun modo per difendere gli interessi, il benessere e il futuro degli italiani e delle italiane.
Non è, quindi, solo una spinta ideale e morale ad animare il nostro europeismo, ma una visione molto concreta di quello che conviene alle nostre famiglie, ai nostri figli, alle nostre istituzioni democratiche, alle nostre aziende. Fuori dall'Unione europea non c’è affatto maggiore crescita, maggiore sicurezza, maggiori opportunità e maggiori garanzie per il nostro Paese, niente di tutto questo ! Fuori dall'Unione europea, al contrario, c’è solo un futuro di incertezza e di fragilità. Lo sanno bene – per venire a noi e per venire a quest'Aula – anche quegli apprendisti stregoni che, persino in queste ore tanto drammatiche, giocano con le paure degli italiani promettendo muri che avrebbero solo l'effetto di nascondere lo sguardo e di limitare il benessere e la sicurezza dei cittadini, quegli apprendisti stregoni che confondono la sovranità con l'isolazionismo e fanno finta di non ricordare che la traduzione concreta dell'isolamento non è mai stata il controllo del proprio destino, ma l'alimentazione di conflitti che, sulla vita delle nostre comunità nazionali, non possono che avere effetti molto negativi, se non catastrofici, come è concretamente accaduto nella storia del nostro Paese e del nostro continente. Per questo siamo e restiamo europeisti, per questo rispondiamo agli apprendisti stregoni con la forza e con gli argomenti concreti di un europeismo che non è certo retorico, ma è al contrario ben piantato nelle ragioni reali del progetto comunitario.
Perché c’è anche chi, anche in quest'Aula, lo abbiamo sentito poco fa, ha raccontato e continua a raccontare agli italiani una storia del tutto fasulla, quella secondo la quale senza l'Unione europea o anche senza la moneta unica, a seconda dell'umore della giornata, l'Italia avrebbe vantaggi, potere e benessere. Sono falsità e lo sanno bene coloro che usano queste storie solo a proprio esclusivo vantaggio politico. E anche loro, e penso agli esponenti del MoVimento 5 Stelle che, quando prendono una pausa dalle offese strampalate e violente che abbiamo sentito anche pochi minuti fa in occasione di un dibattito che avrebbe dovuto essere sull'Europa e che, invece, è stato utilizzato da esponenti del MoVimento 5 Stelle solo per ripetere la litania delle offese che conosciamo tutti troppo bene, quando prendono una pausa, gli esponenti del MoVimento 5 Stelle sull'Unione europea cambiano idea una volta alla settimana, con tutto il tatticismo della vecchia politica. E persino su un argomento di questa importanza, sono pronti ad affermare tutto e il contrario di tutto in base a quello che suggerisce l'ultimo sondaggio. Ma c’è una differenza tra l'essere politicanti, persino astuti, e l'interpretare invece una responsabilità politica dinanzi al proprio Paese.
Per questo, la nostra risposta a queste falsità e la nostra risposta questi zig-zag da professionisti dell'opportunismo politico, è l'impegno con il quale il Partito Democratico e questo Governo stanno lavorando per rilanciare il progetto comunitario dinanzi ai due grandi rischi che stiamo correndo: il rischio, da una parte ormai consolidato, della insufficiente capacità di accompagnare la crescita delle nostre comunità e delle nostre economie e di condividere il peso delle emergenze migratorie, e l'altro rischio, più recente, quello della dissoluzione, di fronte all'emersione di un potente sentimento di scetticismo popolare. Due rischi sui quali questo Governo e questa maggioranza stanno lavorando dal giorno 1, con una direzione di marcia assolutamente chiara che è quella di non demonizzare lo scetticismo – perché qualunque sentimento di sfiducia, quando poggia su una larga base popolare, ha una sua base di realtà che non può essere liquidata con la supponenza di un'alzata di spalle – ma di rispondere a questo scetticismo con politiche concrete e, dunque, con un cambio di marcia che permetta all'Unione europea di essere più efficace su crescita, lavoro e gestione dei flussi migratori, il che significa, nella sua concretezza, impegnarsi, come si è impegnato il Partito Democratico, come si è impegnato questo Governo, affinché vi sia una svolta radicale e percepibile nell'Unione europea sui temi del lavoro e degli investimenti, senza perdere la serietà di bilancio, perché nessuno vuole tornare agli anni in cui si costruivano cattedrali di sabbia sulle spalle del debito pubblico delle generazioni future, ma senza impedirsi di guardare al futuro, perché futuro significa investimenti, spazi per la crescita, condivisione degli oneri in tema di migrazione, esattamente i temi sui quali il Governo ha aperto un fronte molto netto nel dialogo con Bruxelles, lavorando con tenacia per convincere i nostri partner europei dell'assoluta necessità di una svolta.
Siamo riusciti ad ottenere risultati in questa direzione, ma ancora maggiori dovranno essere i risultati da ottenere tutti insieme dopo l'esito del referendum britannico, perché, oggi, credo che sia chiaro a tutti, anche a coloro che fino alla settimana scorsa ne erano meno consapevoli, che all'Unione europea e agli stessi europeisti è richiesta quell'intelligenza del cambiamento che l'Europa comunitaria ha saputo mostrare tante volte nel corso della sua storia. Non sempre è accaduto, questo è vero, ci sono state occasioni in cui l'Europa comunitaria si è mostrata miope o testarda, proseguendo, solo per inerzia, politiche che avrebbero dovuto essere archiviate una volta esaurito il proprio compito, ma in tante altre occasioni l'Europa comunitaria si è rivelata lucida e coraggiosa, capace, per l'appunto, di quell'intelligenza del cambiamento che, oggi, serve di fronte alla sfida che abbiamo di fronte. Fu l'intelligenza di quei leader che seppero partire, ad esempio, dalla condivisione della produzione del carbone e dell'acciaio nelle regioni del continente dove tante volte gli europei si erano scannati proprio per contendersi carbone e ferro; fu la stessa intelligenza che ebbero coloro che decisero di aprire la stagione della messa in comune di maggiori garanzie sociali o della frontiera del mercato comune e fu, anche, l'intelligenza di rispondere al crollo del comunismo, aprendo le porte a popoli europei che erano stati esclusi per decenni dalla civiltà occidentale. Oggi, all'Unione Europea è richiesta la stessa intelligenza del cambiamento che seppe mostrare in quelle fasi così positive della sua storia comune e, oggi, l'intelligenza del cambiamento si chiama coraggio di una svolta verso investimenti, lavoro e condivisione delle politiche migratorie, esattamente la frontiera sulla quale stanno lavorando, da tempo, il Partito Democratico e questo Governo.
Per concludere, Presidente, ricordo che uno degli slogan più efficaci o più tristemente efficaci usato dai sostenitori della Brexit è stato: take control, riprendi il controllo, lo abbiamo visto poi quale controllo abbiamo ripreso, in queste ore, coloro che hanno fatto un danno all'economia britannica come nessuno aveva fatto nella storia recente, tuttavia, a proposito di riprendere il controllo, già in questi giorni, già i fatti di questi giorni si sono incaricati di dimostrare quanto poco vi fosse di vero in quello slogan e quanti rischi, invece, di indebolimento della propria sovranità reale corra una grande nazione che ha scelto, purtroppo, di abbandonare lo spazio comunitario, ma la sostanza di quello slogan, la sostanza vera di quello slogan è quella che anima la nostra battaglia europeista per il rinnovo e per il rilancio dell'Unione europea, perché siamo assolutamente convinti che avere il controllo del proprio destino significhi essere membri consapevoli e responsabili dell'Unione europea, lavorare come stiamo lavorando per rafforzare e rilanciare il condominio comunitario, dirigere il timone dell'Unione là dove è indispensabile dirigerlo. Così come siamo convinti – ed è la sostanza più profonda del nostro europeismo – che se abbandonassimo quel condominio o se rinunciassimo a guidarlo o se rinunciassimo alla moneta unica perderemmo il controllo del nostro futuro e faremmo un danno incalcolabile alle future generazioni di italiani ed italiane.
Data:
Lunedì, 27 Giugno, 2016
Nome:
Andrea Romano