Data: 
Lunedì, 17 Ottobre, 2016
Nome: 
Colomba Mongiello

A.C. 4008

Grazie, Presidente. Saluto i rappresentanti del Governo e i colleghi deputati. Chiunque scelga di fare politica a sinistra nella terra da cui provengo, la città di Foggia, non può fare a meno di studiare e comprendere le battaglie politiche e sociali di Giuseppe Di Vittorio, fondatore della CGIL, per l'emancipazione dei braccianti. Tutti sono stati braccianti dalle mie parti, ma ciò ha significato emancipazione dalla povertà, dallo sfruttamento, dall'analfabetismo, dall'emarginazione. I braccianti che a migliaia affollavano le campagne del Tavoliere delle Puglie per la mietitura, la raccolta dell'uva, non avevano diritti da rivendicare, non avevano alcun tipo di tutela giuridica, non erano dotati di alcuna soggettività di fronte alla legge o, peggio ancora, di fronte ai padroni.
È passato più di un secolo e quelle migliaia di uomini e di donne senza identità e senza diritti continuano ad essere sfruttati nei campi dei pomodori, degli orti del Sud, dei frutteti del Nord, nei pescherecci dell'Adriatico, del Tirreno, del mar di Sicilia, nei vigneti del Chianti. Braccia senza identità, reclutate, talvolta schiavizzate dai caporali, italiani e stranieri: questa è la vera novità. Il più delle volte, gente senza scrupoli, criminali veri e propri, inclini all'abuso fisico e morale nei riguardi di coloro che finiscono in questo vergognoso ingranaggio di reclutamento; in tanti casi, vittime a loro volta dello sfruttamento organizzato di manodopera, uno dei tanti business delle organizzazioni criminali.
  Lo hanno detto coloro che mi hanno preceduto: è arrivato il tempo di cacciare i caporali e ripristinare la legalità, restituire dignità ai lavoratori, italiani e stranieri. Finalmente Governo e Parlamento hanno deciso di far seguire alla riflessione l'azione; personalmente, ho contribuito alla proposta di legge in discussione, inserendo alcuni elementi innovativi nel corpo normativo che riguarda il collocamento agricolo, e di questo ringrazio il presidente Damiano, i membri della Commissione lavoro, tutti i colleghi che hanno lavorato con me, i colleghi pugliesi, quelli della Commissione agricoltura. Un sistema sostanzialmente fallimentare, che è necessario ricostruire insieme alle organizzazioni sindacali e datoriali, per far sì che siano davvero marginalizzati i caporali e davvero siano punite le imprese che se ne servono.
  Pensiamo alla raccolta del pomodoro, più volte citata: migliaia sono i lavoratori che affollano le campagne pugliesi per circa un mese, e sono lì a lavorare per 3,50 euro a cassone. Fatica tantissima, guadagno misero, e nella paga va compresa la quota dovuta ai caporali per chiamata e trasporto. Ecco, chiamata e trasporto sono due elementi che dobbiamo assolutamente liberare e sono i lacciuoli che legano il caporale alla intermediazione. Lo sfruttamento è originato anche dagli squilibri economici che tutt'oggi esistono all'interno della filiera e non sono stati cancellati dalla creazione del Distretto del pomodoro.

  La sua realizzazione – perché cito questo – è anche una vittoria di chi, come me, ritiene essenziale costruire un efficiente sistema di gestione del prezzo della materia prima, della programmazione colturale, del lavoro in campo; chiudere le filiere, chiudere le filiere virtuose di chi vuole favorire al tempo stesso qualità produttiva e buona occupazione, prosciugando la pozza di fango in cui sguazzano i caporali. In Emilia-Romagna ha funzionato, in Campania e Puglia ancora no, e di questo, Ludovico, ce ne dobbiamo fare carico, dobbiamo riprendere la battaglia del Distretto del pomodoro. E anche dalle criticità emerse con questa esperienza nasce la proposta di istituire la Rete Lavoro, un nuovo e funzionale organismo paritario. Ci siamo tanto battuti per la Rete, per il contrasto al caporalato e alle altre forme illegali di ingaggio di manodopera nei campi.
  Il Ministro Martina, e io lo ringrazio, ne ha colto il senso, lo ha inserito già nel collegato agricoltura, aprendo la strada ad una nuova modalità di contrasto al caporalato. Può anche darsi che ci siano delle disfunzioni, lo ricordava la collega Polverini, ma è stato un punto di inizio importante, un luogo fisico di intermediazione dove fare incontrare domanda ed offerta, tuttora inesistente. Ma non solo è stato questo, arrestare e condannare i reclutatori non basta; bisogna combattere il fenomeno del caporalato all'origine, colpendo le aziende agricole che violano le norme sul lavoro, utilizzano i caporali per reclutare manodopera a buon mercato e creano concorrenza sleale ai danni delle imprese sane. È sulle aziende che inquinano il mercato del lavoro che si devono concentrare le attività di controllo, e non solo su quelle che hanno aderito alla Rete di qualità – io questo l'ho già detto in Commissione – dimostrando di avere, proprio per l'iscrizione alla Rete, tutti i requisiti per farlo, compreso il DURC.
  Alle aziende sane, invece, bisogna garantire il supporto previsto dalle norme del collegato agricolo e non ancora rese operative, insieme a tutta la rete del trasporto e dei servizi, perché, senza di questi, vinceranno sempre i caporali. Sono convinta che la legalità, oltre ad essere un valore, debba essere una scelta conveniente per le imprese e soprattutto per i lavoratori; solo così potrà essere sconfitto chi alimenta questo  immondo business criminale. Lo chiamo in questo modo perché da qui nasce tutta la battaglia anche sulla contraffazione e l’italian sounding.
  È sacrosanto rafforzare il profilo sanzionatorio con la restituzione dei contributi pubblici o la confisca dei beni in danno alle aziende che utilizzano i caporali e sfruttano i lavoratori, così come è doveroso mettere a valore, anche economico, il rispetto delle norme e l'adesione di una visione etica della produzione agricola. Lo voglio dire con forza, qui, in quest'Aula: produrre cibo ha un enorme valore sociale. Significa produrre beni, significa preservare il territorio, significa produrre lavoro vero e non lavoro nero. È sull'enfatizzazione di questo concetto che dobbiamo lavorare, oltre che sulla prevenzione o la repressione dell'illegalità. Qualche mese fa l'Italia ha conosciuto il ghetto di Rignano, ma io ne avevo già visti altri: Rosarno, Nardò e così via, vicino Fondi, Latina. Ma ha conosciuto la baraccopoli in cui vivono anche migliaia di donne e uomini disperati e sfruttati.
  Quelle baracche, quelle fogne a cielo aperto, quella miseria sono anche l'esito di processi economici distorti, di cui tutti dobbiamo farci carico. Sono la drammatica e indegna fotografia del fallimento di leggi e regolamenti, tra cui quelli legati all'immigrazione, dell'ultimo ventennio. Chiudere ghetti è un dovere non più rinviabile, ma, per farlo, bisogna innovare la legislazione in modo da favorire una responsabile condivisione dei diritti e dei doveri da parte delle imprese, dei lavoratori, delle agenzie statali e regionali. Oggi, approvando questa legge, il Governo e il Parlamento dicono basta allo sfruttamento e si schierano a favore, al fianco delle imprese oneste, che creano un mercato sano, chiudono le filiere e sono gli indicatori di successo del made in Italy. Ecco, io lo dico qui, in quest'Aula, in questo momento, e, non vi nascondo, anche con grande soddisfazione: il Partito Democratico si schiera a favore del made in Italy di qualità.