Presidente, come ben evidenziato dal Presidente del Consiglio, l'Europa è in una fase di cambiamento istituzionale e dunque in quello che potremmo definire un momento propizio per fare il punto su ciò che è, su ciò che vuole essere e che vuole diventare. Ci siamo detti in più occasioni, e dall'inizio di questa legislatura l'abbiamo anche tradotto in fatti concreti, che serve un cambio di passo. Noi siamo in un momento storico in cui festeggiamo – e lo dico un po’ tra virgolette – vent'anni di cittadinanza europea. Dall'Europa è partita l'era planetaria, quando i popoli europei intrapresero nel 1492 la conquista delle Americhe e la circumnavigazione del globo, un'era che è stata contemporaneamente occidentalizzazione e mondializzazione. Dopo le due guerre mondiali, nel 1945 l'Europa si è trovata schiacciata dalle rovine delle nazioni vinte o liberate dagli eserciti di quelle che nel frattempo erano diventate le due superpotenze mondiali. Da lì ha preso il via un progetto d'Europa che aveva come obiettivi prioritari: garantire la pace dei popoli europei, porre fine a una catena di rivendicazioni e vendette reciproche, consolidare democrazie ancora fragili. Una nuova prospettiva si trovava alla base della costruzione europea: la valorizzazione delle diversità, il riconoscimento e il supporto allo sviluppo delle molteplici identità individuali e collettive. L'Unione europea si è definita sin dagli inizi come un progetto e non come un territorio. Si è posta come entità politica e non geografica, ha delimitato i suoi confini in seguito al buon esito dei negoziati con i candidati all'adesione e non sulla base di dichiarazioni di principio sulle demarcazioni della civiltà europea. L'Unione europea non ha abolito le frontiere ma le ha reinterpretate e sdrammatizzate, le ha aperte, ha fatto in modo che ogni nazione, piccola o grande, potesse difendere e valorizzare la propria identità e al tempo stesso uscire dall'isolamento, entrando a far parte di ampie reti di cooperazione e di integrazione. La circolazione delle cose, delle informazioni e delle idee ha assunto molte forme (economiche, culturali, turistiche) e ha favorito la conoscenza reciproca, l'inserimento anche provvisorio nella vita quotidiana di altri Paesi. Questo suo definirsi come progetto ha fatto sì che attorno ad esso potessero trovare un modo di ripensarsi anche i Paesi dell'Europa orientale dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989.
Tuttavia, nonostante i successi degli ultimi decenni, di fronte ai forti cambiamenti sociali ed economici, di fronte alla crisi, l'Europa rischia oggi un'involuzione.
Si trova in un momento in cui la contingenza storica, i cambiamenti rapidi del mondo e della società la mettono di fronte alla necessità di ripensarsi e di riprogettarsi in un'ottica di lungo periodo, di ripensarsi di fronte alle economie emergenti, di fronte all'Africa, all'Asia, e in questo confronto è chiamata a capire come affrontare alcuni temi e a prendere alcune decisioni. Li ha bene illustrati il Presidente del Consiglio. L'Europa si trova oggi di fronte alla necessità di decidere su importanti temi, primo tra tutti la situazione economica, con la definizione di strategie per promuovere la crescita, l'occupazione e la competitività, con l'obiettivo di accelerare le modalità per l'attuazione delle misure che insieme si decideranno per uscire da questo momento così difficile.
Dovrà prendere decisioni circa il nuovo quadro per le politiche del clima e dell'energia, non solo per confermare l'impegno finalizzato a raggiungere un accordo ambizioso sul pacchetto clima ed energia, ma anche per imprimere maggiori sforzi sulla sicurezza energetica, le interconnessioni, la ripartizione degli oneri e i meccanismi di flessibilità. La grande sfida è quella di un'Europa pronta a competere nell'economia globale. Per fare questo è necessario il massimo impegno, in particolare in questi mesi di guida italiana del semestre europeo, per mettere al centro i temi del rilancio nell'ambito della strategia Europa 2020, della crescita e della competitività per l'avvio di una rinascita industriale a partire dal settore manifatturiero, insieme al superamento della decrescita e degli alti tassi di disoccupazione e della modernizzazione dell'economia, attraverso l'estensione delle tecnologie digitali e lo sviluppo di un'economia verde e sostenibile.
È necessario che accanto a misure capaci di favorire crescita e sviluppo dell'intero continente, mediante l'implementazione di nuove politiche industriali, si favorisca una strategia ambiziosa, capace di ridurre i costi energetici. Una strategia rinnovata, incentrata sulla lotta ai cambiamenti climatici, che promuova una maggiore diversificazione delle fonti e delle rotte energetiche e che incoraggi una politica dell'energia dell'Unione focalizzata sulla sicurezza energetica.
La presidenza italiana è chiamata a svolgere un ruolo cruciale nella definizione dell'accordo sul nuovo quadro comunitario per il 2030 su clima ed energia. Per la sua capacità di leadership bisogna affermare, in modo deciso, la volontà politica di investire nello sviluppo di un'economia europea a basse emissioni di carbonio, tale da farci superare la doppia crisi climatica ed economica, creando nuove opportunità dal punto di vista dell'occupazione, dell'innovazione e dello sviluppo di tecnologie pulite.
Il Consiglio europeo si celebra in un periodo di grandi tensioni internazionali, che attengono alla sicurezza stessa dell'Europa e degli Stati membri e riguardano, come nel caso della questione ucraina, scenari decisivi per il futuro del nostro continente. In questa direzione è necessario perseguire tutte le vie diplomatiche possibili nella risoluzione delle crisi, come è dimostrato nel vertice ASEM a Milano, coinvolgendo la Russia nelle questioni internazionali sulla base dei valori fondanti dell'UE e del diritto internazionale. Ugualmente importante sarà l'impegno nei riguardi delle grandi emergenze umanitarie, tra cui la tragica diffusione nell'Africa subsahariana di Ebola, diventata non solo una catastrofe umanitaria ed economica per i Paesi colpiti ma anche un rischio sanitario globale che va, quindi, affrontato in modo coordinato e maggiormente efficace.
Infine, in considerazione della necessità di proseguire sulla strada delineata nell'ultimo Consiglio di giugno l'Italia, quale Paese guida del semestre europeo, è chiamata a riproporre la necessità di collocare al centro dell'agenda politica europea la definizione urgente di una strategia solida e condivisa, improntata su solidarietà e responsabilità, in materia di immigrazione e diritto d'asilo, in grado anche di approdare a una revisione del vigente regolamento, cosiddetto «Dublino III», la cui applicazione presenta numerose criticità che, caricando sulla gestione dei singoli Stati le richieste di asilo, finisce per fare appesantire le richieste a carico dei Paesi di primo approdo, come l'Italia e i Paesi membri che affacciano sul Mediterraneo, teatro di numerosi flussi migratori.
La situazione internazionale pone l'Europa di fronte all'esigenza di fare memoria di quelli che sono i suoi valori fondativi. In altre parole, in questo quadro l'Europa deve assegnarsi la missione di proteggere, rigenerare, rivitalizzare, sviluppare e reincarnare la democrazia. Dobbiamo essere consapevoli che le conquiste degli ultimi anni oggi non appaiono più né scontate né irreversibili, anzi in certi momenti un futuro disgregativo appare addirittura probabile. Noi europei dobbiamo voler essere arbitri del nostro destino e fare in modo che si porti a compimento il lungo e tentennante processo di unificazione politica dell'Unione europea. Dobbiamo avere forte la consapevolezza che ci si può perdere tutti insieme, ma che ci si può anche salvare, tutti insieme, a condizione che insieme si elabori un progetto politico europeo.
Dentro questo quadro l'Italia può avere un ruolo fondamentale a condizione, però, che si continui, anche in casa nostra, il percorso di riforme, che si elabori un piano strategico nazionale di sviluppo e di crescita che senta l'Europa come casa comune, dentro alla quale può essere pienamente realizzato il piano di sviluppo del nostro Paese.
Siamo consapevoli che esiste un problema di deficit democratico all'interno dell'Unione europea, che ancora oggi è troppo comunità di Governi e non dei cittadini europei. Il metodo intergovernativo ha preso il posto del metodo comunitario, la forza egemone di alcuni Governi e di alcuni Stati membri, i cosiddetti Paesi rigoristi, ha preso il posto di una visione comune europea realmente sovranazionale.
La nostra aspirazione è invece un'Europa che parli con la voce del Parlamento europeo, con la voce dei Parlamenti nazionali, ai quali il Trattato di Lisbona riconosce un'importante ruolo di interlocuzione nei confronti delle istituzioni europee e importanti prerogative, in quanto espressioni sovrane della volontà dei cittadini.
Dentro quest'ampia visione dell'Europa, l'Italia ha sempre rispettato i Trattati, a differenza di altri Paesi. Il nostro Paese, con un'azione sinergica di Governo e Parlamento, si sta impegnando nei fatti a rispettare i tempi degli obblighi derivanti dall'appartenenza all'Unione europea, a portare avanti un percorso di riforme che renda l'Italia un Paese che ha le condizioni di sistema perché chi vuole investire possa trovare un contesto semplice e sicuro. Questo crediamo debba essere il nostro impegno per la stabilità, ma soprattutto per la crescita dell'Europa tutta.
Data:
Mercoledì, 22 Ottobre, 2014
Nome:
Marina Berlinghieri