A.C. 2758
Presidente, onorevoli colleghe e colleghi. La posizione del Partito Democratico su questa legge è chiara: noi diciamo “sì” agli obiettivi della transizione e alle rinnovabili, ma un “no” altrettanto chiaro a scelte di Governo confuse e che arrivano in ritardo. Diciamo: “sì” a una vera Transizione 5.0, ma chiediamo una politica industriale concreta, non una sommatoria di incentivi; “sì” alle energie rinnovabili e chiediamo che i comuni, i territori e le aree interne siano coinvolti veramente; “sì” all'autonomia energetica, valorizzando la democrazia , il paesaggio e la coesione sociale.
Per queste ragioni, il nostro voto al provvedimento non potrà che essere contrario. Perché questo è un Paese che ha bisogno di altro rispetto a quello che porta questo provvedimento. Ha bisogno di una transizione più giusta, più partecipata e più coraggiosa.
Va ricordato, poi, che siamo di fronte a un provvedimento frettoloso, arrivato, come succede spesso, con una ennesima forzatura dei tempi di esame che compromette il ruolo del Parlamento. È arrivato, quindi, qui, alla Camera, blindatissimo, a ridosso della scadenza. Oggi, in commissioni congiunte ambiente e attività produttive sono stati bocciati, tutti, ovviamente, gli emendamenti proposti dalle opposizioni. Ebbene, Transizione 5.0 si tratta di un'occasione strategica fallita, una misura nata nel PNRR - quello che voi non avete voluto, non avete votato - con risorse e tempi che erano adeguati, ma svuotata da ritardi attuativi, regole complesse e continuamente modificate, drastici tagli ai fondi, una chiusura anticipata che ha penalizzato le imprese che avevano programmato investimenti, confidando in un quadro stabile. Questo decreto-legge non nasce per affrontare problemi strutturali ma per rimediare, in via d'urgenza, a criticità create dal Governo stesso, sovrapponendo in modo disordinato Transizione 5.0 e 4.0, cambiando date, scadenze e incentivi, in parallelo alla legge di bilancio, aumentando ulteriormente la complessità normativa, invece di semplificarla. Anche riguardo alla disciplina delle aree idonee, le aree destinate cioè alle fonti rinnovabili sono state ridefinite in modo inefficace, con il rischio di generare ulteriori conflitti, ricorsi e blocchi territoriali, perpetuando un quadro di incertezza normativa che ha caratterizzato la gestione delle fonti rinnovabili da parte di questo Governo. Il PD propone, invece, al Paese un modello che preveda forte sostegno alle rinnovabili, programmazione energetica dal basso, coordinata a livello nazionale, ma costruita sui territori, con degli obiettivi chiari da raggiungere e responsabilità condivisa nel raggiungimento di quegli obiettivi, anche introducendo premialità per i territori che contribuiscono di più in termini di risorse, investimenti, servizi e ricadute economiche locali. Contemporaneamente riteniamo che occorrano meccanismi correttivi per quei territori che, senza motivazioni oggettive, si sottraggono invece al contributo necessario, fino ad arrivare anche al potere sostitutivo. In tal senso è stato proposto anche un emendamento che introducesse un criterio di equilibrio territoriale, finalizzato ad evitare saturazioni o eccessive concentrazioni di impianti da fonti rinnovabili in specifici ambiti comunali o provinciali. Bocciato anche questo. Anche la ridefinizione delle aree idonee in ambito industriale e agricolo non incide in modo risolutivo sulla semplificazione dei procedimenti autorizzativi, mentre risultano limitate le garanzie per i procedimenti già in corso, con possibili effetti di rallentamento sull'attuazione degli interventi di transizione energetica e di moltiplicazione del contenzioso.
In questi 3 anni di Governo Meloni è aumentato il costo dell'energia, è aumentata l'incertezza normativa ed è aumentata la complessità nella realizzazione degli impianti. Questo provvedimento di tutto ciò non risolve nulla. Avevamo una grande opportunità: quella delle comunità energetiche rinnovabili. Il Governo aveva annunciato che le avrebbe incentivate e sostenute e, invece, ha definanziato il bando stesso - vi ricordo - da 2,2 miliardi a 800 milioni. E questi fondi ancora non arrivano. Dovreste raccontare a tutti i comuni, a tutte le comunità sul territorio, anche dove governate voi, che questi fondi non arriveranno, perché il Governo li ha tolti e non ha mantenuto la promessa di rimetterli in questo decreto. Poi esiste il problema del rapporto con gli enti locali. Noi crediamo che ci voglia più rispetto di chi governa il territorio. Vi abbiamo proposto un criterio molto semplice nel nostro emendamento, quello di una premialità. Invece, di dover obbligare i comuni e le regioni a raggiungere obiettivi a volte non perseguibili per la conformazione geografica, per la storia di quel territorio, vi abbiamo proposto di introdurre delle norme incentivanti e delle premialità. Anche questo è stato rigettato.
Alla fine, con questo provvedimento, non avremo regole chiare sulle aree idonee, avremo un minore investimento di tutti coloro che vogliono produrre impianti fotovoltaici e eolici e non avremo regole chiare per l'agrivoltaico. Quindi, invece di incentivare la produzione dei nostri territori e sostenere i nostri enti locali, creerete loro maggiori problemi e non ci saranno regole chiare per gli incentivi alle imprese.
Grazie al PNRR e alle risorse europee che voi non volevate, sono arrivati i soldi per i crediti di imposta che però oggi in questa Transizione 5.0, nata appunto come pilastro del PNRR, voi avete ridotto dai 6,3 miliardi iniziali di un provvedimento arrivato soltanto nel 2024 e poi nel 2025 appunto ridotto a 2,5 miliardi. Poi, quando e soltanto quando le associazioni imprenditoriali vi hanno chiesto a gran voce il ripristino di quelle risorse, che erano inizialmente stanziate, o almeno un rifinanziamento della misura, un rifinanziamento è arrivato con un recupero di 1,3 miliardi. In questo modo non si può trattare un sistema imprenditoriale che non può avere costantemente questa situazione di incertezza.
Allora, siamo qui con questo decreto, con cui provate a porre rimedio ai pasticci che avete combinato, immaginando quello che purtroppo non è: non è una svolta strategica per il futuro produttivo, energetico e industriale di questo Paese. Transizione 5.0 doveva essere un volano della politica industriale italiana con incentivi per l'innovazione e digitalizzazione, efficientamento energetico, uso delle nuove tecnologie e sostenibilità ambientale dei processi produttivi. Tuttavia, le imprese - soprattutto le piccole e medie - hanno denunciato un sistema di accesso farraginoso e incerto che ha scoraggiato proprio chi avrebbe avuto più bisogno di accompagnamento nella transizione. Ebbene, noi crediamo che l'Italia debba raggiungere gli obiettivi di produzione energetica necessaria all'autonomia del Paese per ridurre la dipendenza energetica, abbassare i costi per famiglie e imprese e contrastare la crisi climatica. Serve un grande piano e non lo vediamo né qui né all'orizzonte.
Noi abbiamo un modello chiaro da proporre al Paese ed alternativo a queste vostre modeste proposte: un forte sostegno alle rinnovabili e una programmazione energetica dal basso costruita con i territori, con obiettivi chiari e con la premialità - come dicevo - per i territori che contribuiscono di più e i meccanismi correttivi per quelli che si sottraggono alle loro responsabilità.
Allora, Presidente, chiudo come ho aperto. Noi siamo per un grande impegno sull'autonomia energetica, valorizzando la democrazia, il paesaggio e la coesione sociale, ma ribadisco che il nostro sarà un voto contrario, perché questa norma non è giusta, non è partecipata e non è coraggiosa.