A.C. 2761
Signora Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, in questi giorni non discutiamo semplicemente sull'ennesimo decreto sulla questione dell'ex Ilva, piuttosto, ancora una volta, siamo chiamati a guardare negli occhi tre comunità e, in particolare, una città e a dirle se lo Stato intende finalmente assumersi, fino in fondo, la responsabilità di ciò che è accaduto e continua ad accadere. Ma i presupposti - temo - non siano dei migliori.
Questo Governo ha responsabilità enormi rispetto allo stato di fatale torpore in cui ha gettato l'ex Ilva in questi ultimi 3 anni. Oggi, le prospettive sono ancora più incerte che mai e anche il progetto di rilancio che si ipotizza non può contare su alcuna vera, concreta garanzia di realizzazione. Il prezzo pagato è già altissimo: un prezzo che non si misura solo in numeri, ma in vite spezzate, in famiglie segnate per sempre, in bambini cresciuti, respirando paura, prima ancora che aria. Soprattutto, Taranto è una città che, da decenni, vive sospesa tra il diritto al lavoro e il diritto alla salute, come se fosse normale chiedere a una comunità di scegliere quale dei due sacrificare, come se fosse accettabile dire a un territorio: o campi dignitosamente oppure muori di inquinamento.
Quel sacrificio, Presidente, è stato chiesto sempre agli stessi: ai lavoratori esposti ogni giorno a rischi enormi, e la tragica storia di Claudio Salamida è soltanto l'ultimo drammatico esempio di ciò a cui si va incontro in quella fabbrica; alle madri e ai padri che hanno visto aumentare le malattie, i tumori e le morti premature; a una generazione che ha imparato, troppo spesso, cosa significa convivere con l'inquinamento, con la polvere rossa sui balconi, con il silenzio assordante delle istituzioni.
Qual è la tutela della Costituzione in questi casi? Diciamolo con chiarezza: Taranto non è una parentesi, non è un'eccezione, non è un problema da tamponare con l'ennesimo decreto d'urgenza. Taranto è una ferita aperta nella storia della nostra Repubblica e ogni volta che si sceglie la scorciatoia, ogni volta che si rinvia, ogni volta che si nasconde la polvere sotto il tappeto, quella ferita finisce per allargarsi.
Questo decreto arriva, ancora una volta, senza una visione, senza un orizzonte, senza il coraggio di dire che è finita l'epoca delle emergenze e che occorre una pianificazione che ci faccia uscire da una fase emergenziale, ma che, all'opposto, sia strumentale e profonda e, soprattutto, che sgomberi il campo dalla drammaticità della situazione.
Ma la cosa più grave, colleghi, è che in tutto questo manca il cuore delle persone, cioè il diritto alla salute, e manca il rispetto per chi ha già dato tutto, spesso pagando con la propria vita. Non si può continuare a parlare di continuità produttiva, ignorando la continuità della sofferenza. Si chiede che lo Stato smetta di voltarsi dall'altra parte e dica, finalmente, che non può esistere sviluppo, se costruito sulla malattia e sulla morte e che non può esistere lavoro senza dignità, senza sicurezza, senza tutela della vita: beni supremi che la nostra Costituzione ritiene e valuta come inestimabili, ma che, purtroppo, in quella terra, con ogni evidenza, vengono calpestati da decenni. Hanno avuto fede, creduto alle promesse della politica, di tutto l'arco costituzionale, hanno accettato rinvii, hanno sopportato decisioni calate dall'alto e arrivate da lontano, ma, da tempo, quella pazienza è al limite e le istituzioni hanno il dovere morale di ascoltare questo grido, non di soffocarlo.
Per queste ragioni, la questione pregiudiziale che oggi discutiamo non è un atto formale, ma è un atto di coscienza, è il tentativo di dire che così non si può andare avanti, che non si può continuare a sacrificare diritti che dovrebbero essere inviolabili e che la Costituzione non è un fastidio, ma una bussola, soprattutto quando in gioco ci sono la salute, l'ambiente e la dignità umana di centinaia, di migliaia di persone; chiede che lo Stato sia finalmente in grado di porre riparo al dolore infinito e chiede, una volta per tutte, di poter immaginare un futuro che non sia costruito sulla paura. È a questa richiesta che oggi dobbiamo rispondere, con coraggio, con verità, per rendere giustizia a chi, per anni e anni, se l'è vista negata proprio da chi avrebbe dovuto garantirla. Lo dobbiamo alla memoria del povero Claudio a cui, tra qualche minuto, daremo l'ultimo saluto. Lo dobbiamo a Teresa, che dovrà continuare a vivere in un sogno spezzato! Lo dobbiamo, soprattutto, al piccolo Mattia, a cui è stato sottratto il progetto di un futuro con il padre! Lo dobbiamo a noi tutti, per la dignità che dobbiamo dimostrare verso la nostra Costituzione.