Discussione generale
Data: 
Lunedì, 9 Marzo, 2026
Nome: 
Andrea Casu

Onorevoli colleghe, onorevoli colleghi, rappresentanti del Governo, intervengo oggi in Aula per affrontare una questione che riguarda milioni di cittadini italiani e che tocca uno dei pilastri fondamentali del nostro Stato sociale: il futuro del Servizio sanitario nazionale e il problema, sempre più grave, delle liste d'attesa. Il nostro punto di partenza non può che essere la Costituzione. L'articolo 32 della Costituzione stabilisce con chiarezza che “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Non si tratta di una semplice dichiarazione di principio, è un impegno preciso dello Stato. A questo si affianca l'articolo 3 della Costituzione, che impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano l'uguaglianza dei cittadini. Tra questi ostacoli rientra, senza dubbio, anche la difficoltà di accedere in tempi adeguati alle necessarie prestazioni sanitarie.

Il Servizio sanitario nazionale nasce proprio per dare attuazione concreta a questi principi costituzionali. Con la legge n. 833 del 23 dicembre 1978, il Parlamento istituì il Servizio sanitario nazionale, fondandolo su tre principi cardine: universalità, uguaglianza ed equità nell'accesso alle cure. Lasciatemi, ancora una volta, in questa occasione ricordare e ringraziare Tina Anselmi, prima donna a essere Ministro della Sanità che, fortemente, con la sua tenacia, con la sua determinazione e col suo impegno ha consentito di scolpire questo principio normativo fondamentale nel nostro ordinamento. Fu una scelta politica e civile straordinaria: la salute non più come privilegio o come servizio legato alla capacità contributiva, ma come diritto universale garantito a tutti i cittadini. Grazie a questa scelta l'Italia ha costruito, nel corso dei decenni, uno dei sistemi sanitari pubblici più avanzati al mondo, capace di garantire cure di qualità e una delle aspettative di vita più alte tra i Paesi sviluppati.

Ma oggi dobbiamo dirlo con grande chiarezza: questo modello è sotto pressione. Il problema delle liste d'attesa è diventato uno dei principali fattori di disuguaglianza nell'accesso alle cure. Sempre più cittadini si trovano di fronte a tempi incompatibili con le proprie necessità di salute: visite specialistiche che richiedono mesi di attesa, esami diagnostici programmati a distanza di troppo tempo, interventi rinviati oltre i limiti accettabili; eppure, il nostro ordinamento prevede tempi precisi. Il piano nazionale del Governo delle liste d'attesa stabilisce le cosiddette classi di priorità, che definiscono i tempi massimi entro cui una prestazione deve essere garantita: “classe urgente”, entro 72 ore; “classe breve”, entro 10 giorni; “classe differibile”, entro 30 giorni per le visite e 60 giorni per gli esami diagnostici; “classe programmabile”, entro 120 giorni. Questi sono i tempi che il sistema sanitario deve garantire ai cittadini. La realtà, purtroppo, è spesso molto diversa. Secondo le principali analisi nazionali, oltre il 50 per cento delle prestazioni specialistiche non viene erogato nei tempi previsti dalle classi di priorità del sistema sanitario e in molte realtà territoriali le attese per esami diagnostici fondamentali superano i 3 o i 4 mesi e per alcune visite specialistiche si arriva anche oltre i 6.

Dietro questi numeri ci sono persone reali, ci sono anziani che rinunciano a controlli importanti, ci sono famiglie costrette a rivolgersi al privato, pagando di tasca propria, ci sono cittadini che rimandano diagnosi e cure, con il rischio di aggravare le proprie condizioni di salute. Questo produce un effetto molto chiaro: la sanità rischia di diventare sempre più un sistema a due velocità; chi può permetterselo paga una prestazione privata e ottiene una visita in pochi giorni; chi non può permetterselo, resta in lista d'attesa. Questo non è il modello di sanità pubblica su cui è stato costruito il nostro Servizio sanitario nazionale.

Proprio con l'obiettivo dichiarato di affrontare questa emergenza, il Governo ha anche approvato, nei mesi scorsi, il cosiddetto decreto sulle liste d'attesa. Quel provvedimento è stato presentato come una riforma risolutiva ma, se guardiamo alla realtà dei fatti, dobbiamo dire, con grande chiarezza, che quel provvedimento ad oggi non ha prodotto i risultati annunciati. Prima di tutto perché si tratta di un decreto approvato senza risorse strutturali adeguate. Non ci sono investimenti sufficienti per aumentare l'offerta di prestazioni sanitarie e, soprattutto, non ci sono risorse per affrontare la vera causa delle liste d'attesa, la carenza di personale. Le liste d'attesa non si riducono per decreto, si riducono se ci sono più medici, più infermieri, più tecnici sanitari e più strutture in grado di erogare prestazioni. In secondo luogo, molte delle misure contenute nel decreto non sono ancora operative. A distanza di mesi dall'approvazione del provvedimento, mancano ancora diversi decreti attuativi fondamentali per rendere effettive le norme previste. Questo significa, dunque, che molte delle soluzioni annunciate dal Governo esistono oggi solo sulla carta. Nei territori le aziende sanitarie non hanno ancora gli strumenti normativi e organizzativi per applicarle pienamente e nel frattempo la situazione dei cittadini non è cambiata: le liste di attesa restano lunghe, le difficoltà di accesso alle prestazioni restano le stesse e il sistema sanitario continua a lavorare con personale insufficiente.

C'è poi un nodo strutturale che non può essere ignorato: il finanziamento della sanità pubblica. Negli ultimi anni la spesa sanitaria pubblica italiana in rapporto al PIL si è attestata intorno al 6,2-6,3 per cento del PIL, una quota inferiore rispetto a quella di molti grandi Paesi europei. In Germania, la spesa sanitaria pubblica supera il 10 per cento del PIL; in Francia, è intorno al 9 per cento; nel Regno Unito, supera l'8 per cento. Questo significa che il nostro Servizio sanitario nazionale continua a garantire prestazioni di qualità, ma lo fa con risorse significativamente inferiori rispetto a molti sistemi sanitari comparabili. Nel nostro Paese, invece, dobbiamo ammettere, con amara franchezza, che il modello universalistico ed egualitario del Servizio sanitario nazionale non solo è sotto pressione, ma anche che alcune politiche regionali invece di affrontare il problema talvolta lo occultano o vogliono far credere di averlo risolto, come nel caso del Lazio, creando una narrazione distante dalla realtà vissuta dai cittadini.

In questo modo, il problema delle liste d'attesa colpisce anche la medicina territoriale, rendendo più difficile in particolar modo il lavoro dei medici di famiglia, primo presidio di sanità pubblica, che quotidianamente si trovano a gestire pazienti costretti ad aspettare mesi per visite specialistiche o esami diagnostici. Questi professionisti rappresentano il vero anello di congiunzione tra cittadini e sistema sanitario, ma sono abbandonati in prima linea, senza strumenti adeguati per affrontare la domanda crescente. Quando le risorse sono insufficienti, le conseguenze sono inevitabili: servizi sotto pressione, personale sovraccarico e tempi d'attesa sempre più lunghi. Per questo, la questione del finanziamento della sanità pubblica è una questione centrale. Non è un tema tecnico, è una scelta politica, perché decidere quante risorse destinare alla sanità significa decidere quanto lo Stato intende investire sulla tutela del diritto fondamentale alla salute fisica e mentale di tutte le cittadine e di tutti i cittadini. Per affrontare in modo strutturale questo tema, è stata presentata una proposta di legge che prevede un percorso di rafforzamento progressivo del finanziamento del Servizio sanitario nazionale, fino a raggiungere il 7,5 per cento del PIL.

Una proposta sostenuta dalle opposizioni e promossa dalla segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein. Una proposta che indica un percorso graduale e sostenibile di rafforzamento della sanità pubblica, non un intervento emergenziale, ma una strategia pluriennale per garantire stabilità e programmazione del sistema sanitario. Eppure, questa proposta è stata respinta dalla maggioranza. È una scelta politica che deve essere spiegata ai cittadini perché, senza un rafforzamento strutturale delle risorse, sarà molto difficile affrontare davvero i problemi del sistema sanitario. Il primo fra tutti è quello del personale sanitario. Oggi il nostro sistema sanitario soffre di una carenza significativa di medici: secondo i dati comparativi europei, l'Italia ha circa 6 infermieri ogni 1.000 abitanti mentre la media dell'Unione europea supera gli 8 infermieri per 1.000 abitanti. Questo significa che nel nostro sistema sanitario mancano decine di migliaia di infermieri rispetto agli standard dei principali Paesi europei e a questo si aggiunge la carenza di medici in diverse specialità e la crescente difficoltà nel garantire ricambio generazionale.

Per questo è necessario avviare un grande Piano nazionale per il personale sanitario. La prima misura deve essere la stabilizzazione del personale precario che da anni lavora nel Servizio sanitario nazionale e che durante la pandemia ha garantito la continuità dei servizi. Non possiamo continuare a chiedere a queste professionalità di sostenere il sistema sanitario vivendo in una condizione di precarietà. Accanto alla stabilizzazione è necessario avviare un piano straordinario di assunzioni, un piano pluriennale per aumentare il personale sanitario. È fondamentale rafforzare la sanità territoriale. La questione delle liste d'attesa non è solo un problema organizzativo…

… è una questione di giustizia sociale, è un diritto costituzionale e come tale deve essere garantito a tutti. Uno Stato che non garantisce davvero a tutti questo diritto rischia di indebolire uno dei fondamenti della propria democrazia.