Relazione, ai sensi dell'articolo 37 della legge 30 luglio 2002, n. 189, sulle azioni adottate per la gestione dei flussi migratori e sull'impiego di lavoratori immigrati in Italia, nel periodo ottobre 2013-aprile 2015, approvata dal Comitato parlamentare di controllo sull'attuazione dell'accordo di Schengen, di vigilanza sull'attività di Europol, di controllo e vigilanza in materia di immigrazione.
Signora Presidente, il 14 giugno 1985 Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo e Olanda per primi hanno prefigurato la creazione di uno spazio comune in Europa, a cui l'Italia e gli altri Paesi hanno progressivamente aderito.
Ricordiamo i trent'anni dalla firma degli Accordi di Schengen e nelle stesse ore assistiamo al drammatico fenomeno dei cosiddetti transitanti: profughi siriani, eritrei, somali, in fuga dalle guerre e dalle dittature, bloccati a Milano, nelle stazioni ferroviarie e ai nostri confini con Francia e Austria, in attesa di partire per il nord Europa. La sospensione temporanea del trattato di Schengen per il G7 in Germania, ha mostrato l'effetto drammatico della mancanza di questa valvola di decompressione e la necessità di una politica comune in materia di immigrazione.
Non è pensabile che l'Europa decida di affrontare questo tema soltanto sull'onda delle stragi che avvengono nel Mediterraneo, ormai diventato un cimitero delle speranze. Non è pensabile che prevalga l'egoismo miope. Non è pensabile affermare che i profughi che arrivano sulle nostre coste, bruciati dal sole, senza scarpe, disperati, sbarchino in Italia. Loro approdano in Europa, di cui l'Italia è un confine.
Le risposte che ha dato in passato l'Europa sono state insufficienti, operazioni come Mare Nostrum hanno costretto l'Europa ad aprire gli occhi e mettere in campo una missione navale internazionale nel Mediterraneo.
In questi anni, lo scenario è cambiato con estrema rapidità: l'allargamento dell'Unione europea, con l'apertura ad est, la globalizzazione e l'avvento di Internet, che ha ridotto distanze e abbattuto confini. È cambiata la geografia socio-politica ed economica del mondo con le conseguenze che sono sotto i nostri occhi. I nuovi flussi migratori che stanno interessando l'Europa sono anche il frutto di mancate scelte, di errori, di mancanza di coraggio nel volere trovare assieme una soluzione globale per l'Africa e i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo.
Si è sottovalutata la piaga della miseria e delle guerre in un intero continente; la comunità internazionale ha una responsabilità sulla situazione in Libia, che è il Paese da cui parte la quasi totalità dei barconi che approdano in Italia e in Grecia.
L'Italia sta facendo la sua parte, con i sindaci, le associazioni e tanti cittadini in prima linea, perché noi siamo un popolo che può e deve vantare nel suo DNA il valore dell'accoglienza. Il Governo italiano ha fatto bene ad alzare la voce ed esercitare appieno il suo ruolo di Paese fondatore: nei prossimi giorni l'Europa si gioca davvero la sua identità.
L'Europa, attraverso una assunzione e condivisione di responsabilità, ha finalmente l'opportunità di ritrovare se stessa e le ragioni per cui è nata. È fondamentale in questo momento sostenere l'Alto Commissario Federica Mogherini e la strategia della Commissione europea sull'immigrazione, finalmente si vede all'orizzonte un piano di intervento comune di breve e di lungo periodo. Un rinvio della ripartizione obbligatoria in quote dei profughi sarebbe una sconfitta dell'Europa, e una scelta poco lungimirante.
Il lavoro svolto in questi mesi dal Comitato Schengen e la Relazione che viene presentata oggi per la prima volta offrono spunti importanti di riflessione e di analisi approfondita per il Parlamento.
Le audizioni che si sono susseguite hanno evidenziato l'aggravarsi della crisi umanitaria che si sta consumando nel mare Mediterraneo. Al fenomeno migratorio tradizionale, dettato da motivi economici, si affianca un flusso determinato da tragedie umanitarie. La coesistenza di due Governi in Libia, l'acuirsi della situazione di instabilità nella regione siro-irachena così come il perdurare della dittatura militare in Eritrea hanno prodotto un incremento nel numero di sbarchi sulle coste italiane, dato che è reso ancora più vero dall'aumento di nuclei familiari che decidono di partire affidandosi al mare.
È un quadro geopolitico purtroppo destinato a durare nel tempo. Va sostenuta l'azione del Governo nel provare ad affrontare questa sfida epocale uscendo dalla logica dell'emergenza e percorrendo la via della programmazione, pur con la difficoltà che la contingenza comporta. Prima di tutto è necessario migliorare il nostro sistema di accoglienza; il piano nazionale di accoglienza sancito nel 2014 dalla Conferenza unificata Stato-regioni è il primo passo verso una gestione condivisa con le regioni e gli enti locali, definendo un modello di accoglienza equilibrato e sostenibile sull'intero territorio nazionale.
Questo Parlamento, con il Partito democratico in prima linea, ha anche fortemente voluto istituire una Commissione d'inchiesta per verificare il sistema di accoglienza e le condizioni di trattenimento dei migranti nel nostro Paese. È importante essere molto chiari e netti: da un lato, deve essere garantito il rispetto dei diritti umani dei migranti e, dall'altro, l'assoluta trasparenza del sistema nella gestione dei fondi pubblici così come nella gestione dell'ordine pubblico.
L'accoglienza deve implicare anche certezza nella valutazione, rigore nell'identificazione e nel rispetto delle norme in materia di rimpatrio. Abbiamo la necessità di distinguere in tempi più rapidi chi fugge dalle guerre, dai migranti economici illegali ed è per questo motivo che il Governo ha raddoppiato le commissioni di valutazione delle domande di asilo con l'obiettivo di ridurre i tempi dell'incertezza.
Ma, certo, questo nostro impegno da solo non può bastare. Una potenza mondiale come l'Europa deve investire più risorse nei Paesi di prima linea come l'Italia ed è fondamentale che si arrivi a una strategia condivisa per affrontare il nodo dei conflitti in corso, rafforzando la cooperazione internazionale come ha già fatto il Governo Renzi e promuovendo nuove intese a livello europeo con i Paesi di origine e di transito anche in materia di rimpatri. Come ben sappiamo, il regolamento di Dublino III affida l'onere d'identificazione e di accoglienza ai Paesi di primo ingresso come l'Italia, indipendentemente dal fatto che la maggior parte dei profughi intenda proseguire il viaggio verso altri Paesi europei.
Gli accordi di Dublino sono obsoleti e presentano limiti evidenti, ma non possiamo attendere il tempo necessario per cambiarli. Dobbiamo allora valorizzare, come proposto dalla risoluzione che viene proposta all'Aula, le deroghe che lo stesso regolamento prevede con l'articolo 17. Mi riferisco, Presidente, alla clausola di sovranità e alla clausola umanitaria che già oggi consentirebbe ai Paesi aderenti di assumere la responsabilità di esaminare una richiesta di asilo indipendentemente dal primo Paese di approdo, rendendo più semplici in tal modo i ricongiungimenti familiari o esigenze di ricongiungimento dettate da motivi umanitari.
L'Europa ha due grandi obiettivi da raggiungere: definire, in primo luogo, una strategia comune di asilo, utilizzando i regolamenti vigenti e disegnando in modo flessibile la suddivisione obbligatoria in quote tra i Paesi membri e, al contempo, arrivare a una nuova politica di immigrazione legale.
Oggi è importante comprendere le ragioni del disagio e dell'esasperazione che provano tanti cittadini italiani ed europei. Da un lato, il razzismo non è accettabile e le soluzioni semplicistiche sono inutili; d'altro canto, il buonismo è insufficiente per dare risposte e serve talvolta per lavare la propria coscienza.
È il momento di uscire dalle piccolezze e dagli egoismi nazionali. L'Italia chiede un'Europa più solidale che condivida costi e responsabilità. Questa è l'unica strada percorribile, non ci sono altre alternative.