“Si tratta di una grande occasione persa, che farà compiere un grave passo indietro al nostro ordinamento”, dichiara Michela Di Biase (PD), relatrice del testo approvato all’unanimità a Montecitorio. “La Presidente della Commissione Giustizia del Senato, senatrice Giulia Bongiorno, ha presentato e anche votato — aspetto questo che non può passare inosservato — un emendamento che compromette totalmente la proposta di legge sul consenso, già approvata all’unanimità alla Camera e che, recependo la Convenzione di Istanbul, avrebbe rappresentato un salto in avanti per la legislazione italiana, adeguandola a quella di numerosi altri Paesi che lo hanno già fatto”.
“Il testo dell’emendamento è stato scritto da una donna ma dettato dal patriarcato”, aggiunge Di Biase, “lo giudico retrogrado e pericoloso, perché si allontana dal solco tracciato dalle sentenze della Corte di Cassazione, che riconoscono il consenso come elemento centrale. Con questo emendamento, il consenso scompare dall’ordinamento, rappresentando un arretramento inaccettabile per la tutela delle donne”.
“Gli attacchi contro Ghali sono del tutto inaccettabili: da una parte il Ministro Abodi, che vorrebbe una censura preventiva, dall’altra la Lega, che lo attacca con insulti inqualificabili. L’arte è libera e non può essere strumentalizzata per motivi politici o ideologici. Il Ministro Giuli batta un colpo: dovrebbe sentire la responsabilità di intervenire e prendere le distanze da queste reazioni. Ghali merita rispetto per il pregevole lavoro artistico e culturale che porta avanti: ogni forma di intimidazione verso un artista è inaccettabile in un Paese civile.” Così Irene Manzi, Capogruppo PD nella Commissione Cultura della Camera.
Dieci anni di menzogne e depistaggi, dieci anni di dolore. Non smettiamo di chiedere giustizia per Giulio Regeni. Siamo vicini ai genitori Paola e Claudio in questa battaglia per la libertà e la democrazia. Il Governo ottenga collaborazione dall’Egitto perché si accerti la verità
Lo ha scritto su X Chiara Braga, Capogruppo PD alla Camera dei Deputati.
“Il museo è un’istituzione che monumentalizza la memoria per costruire civiltà, un compito incompatibile con chi, nel suo ruolo di preside, ha commesso il grave errore di restare in silenzio davanti all’esecuzione di ‘Faccetta nera’ durante un’esperienza scolastica. Quella condotta ha rappresentato una forma di consenso statuale a un inno del ventennio che collide con la funzione di chi deve sovrintendere ai musei abruzzesi. Non mettiamo in dubbio la persona, ma la sua condotta pubblica: quell’errore va riconosciuto e distanziato dalle sedi in cui si tutela l’identità collettiva, evitando che le nomine diventino un veicolo di superficialità o nostalgismo.”
“Questa querelle nasce da una scelta del Presidente Marsilio che, per ragioni di contabilità elettorale, ha suggerito un nome che trascina il Ministero della Cultura in una zona d'ombra non meritata. È necessario un dibattito pubblico per evitare che gli interessi di parte prevalgano sul prestigio delle istituzioni. Arrivo a esprimere una sincera solidarietà al Ministro Giuli: non merita di essere tirato per la giacchetta da richieste territoriali così malamente motivate che tentano di aggiustare i conti del passato, intrappolando il Dicastero in dinamiche che non gli appartengono.”
Così il deputato del Pd Luciano D'Alfonso.
Bocciata alle elezioni, nominata nel Cda dei Musei statali d’Abruzzo
“Apprendiamo dalla pubblicazione sul sito del MiC che il ministro Giuli è stato accompagnato per la nomina nel Cda dei Musei statali della regione Abruzzo di una candidata bocciata dagli elettori alle ultime elezioni regionali con Marsilio, oggi probabilmente richiedente e riconoscente. Una scelta che appare come una ricompensa politica e che sconcerta, anche alla luce di precedenti noti alle cronache, come la gestione di un istituto scolastico in cui agli studenti veniva imposto di cantare Faccetta nera. Una decisione che non può essere considerata isolata, ma che si inserisce in un sistema di potere avallato e sostenuto dal presidente Marsilio, che continua a causare – se non a promuovere da protagonista – scelte spregiudicate e di chiara matrice partitica nella gestione delle istituzioni pubbliche.
Con quale criterio il ministro continua a consentire l’occupazione delle istituzioni culturali con esponenti del proprio partito, trasformando incarichi di prestigio in parcheggi per candidati bocciati e figure ideologicamente segnate e discutibili? Il tutto avviene nell’anno in cui l’Italia e l’Abruzzo celebrano L’ Aquila Capitale italiana della Cultura, un appuntamento che meriterebbe competenza, autonomia e una netta distanza da nostalgie che l’Italia democratica dovrebbe aver definitivamente sepolto. Queste nomine non fanno bene né alla cultura abruzzese né a quella italiana” così una nota del deputato democratico Luciano D’Alfonso.
"Dalla legge sul consenso hanno tolto il consenso. Il testo proposto dalla senatrice Bongiorno non solo smonta radicalmente la legge approvata all'unanimità alla Camera dei deputati, ma segna un passo indietro incredibile nella tutela delle vittime di stupro. Di consenso non si parla più. Non c'è più traccia né della parola né del concetto stesso. E inoltre si diminuisce la pena per chi commette uno stupro. Uno schiaffo in faccia a tutte le donne che non sono state credute nei tribunali perché non hanno potuto reagire alla violenza. Per quello che ci riguarda, meglio nessuna legge che questa legge.
Come ha fatto Giulia Bongiorno, avvocata di vittime di violenza sessuale, a voltare le spalle alle donne in questo modo? Valgono più gli ordini di scuderia, le opinioni delle penne più sessiste del giornalismo italiano, che il diritto delle vittime a essere credute e tutelate?
Come prima firmataria della proposta di legge del Pd, su cui si è costruito l'accordo tra maggioranza e opposizione, sono indignata per questo vergognoso voltafaccia tutto a scapito delle donne.
Che fine ha fatto la parola di Giorgia Meloni che aveva stretto un accordo con Elly Schlein? E' l'ennesimo sgambetto di Salvini o ha ceduto alle pressioni delle aree più retrive del suo elettorato tradendo le donne?". Lo dichiara Laura Boldrini, deputata Pd e prima firmataria del progetto di legge inziale sul consenso.
“Giuli vuole controllare i fondi del Ministero della Cultura a proprio piacimento in modo opaco e senza trasparenza. Riformare il tax credit per correggere storture e rafforzare i controlli è una cosa legittima e necessaria; utilizzare questa riforma come pretesto per introdurre un controllo politico di fatto sulle scelte delle produzioni è tutt’altra cosa ed è inaccettabile. Il Ministro si fermi subito e non ci provi nemmeno. La libertà creativa e l’autonomia del settore cinematografico e audiovisivo non possono essere sacrificate per nessuna ragione. Il Ministero della Cultura non può trasformarsi in un nuovo Minculpop: quella stagione appartiene al passato ed è un incubo che il nostro Paese ha già conosciuto, con conseguenze drammatiche per la libertà culturale e democratica. Il cinema italiano ha bisogno di regole chiare, trasparenti e condivise, non di interferenze politiche che mettono a rischio pluralismo, qualità e indipendenza culturale”. Così una nota di Irene Manzi e Matteo Orfini, componenti democratici della Commissione Cultura della Camera.
“Le audizioni di oggi rappresentano un passaggio importante di ascolto e confronto con il mondo dell’industria cinematografica e audiovisiva, reso possibile grazie all’iniziativa del Partito Democratico, che ha riportato il tema del cinema al centro dei lavori parlamentari. Proprio per questo spiace constatare l’assenza del Governo, che pur non essendo formalmente obbligato a partecipare, ha scelto di non essere presente, rinunciando all’opportunità di ascoltare direttamente le associazioni di settore nelle sedi istituzionali”. Lo dichiarano in una nota Irene Manzi e Matteo Ordini, componenti democratici nella Commissione Cultura della Camera, promotori del ciclo di audizioni avviato nell’ambito della discussione della proposta di legge del PD sulla riforma della governance del sistema. “Nel corso delle audizioni – proseguono i democratici – le associazioni di categoria hanno segnalato una forte incertezza sulle regole, evidenziando come i tagli alle risorse introdotti da questo Governo e i ritardi nell’attuazione dei provvedimenti stiano creando difficoltà crescenti all’intero comparto. Le associazioni hanno inoltre messo in guardia dal rischio concreto di uno stop delle produzioni già a partire dal mese di marzo, in particolare per le produzioni indipendenti, mentre quelle più strutturate potrebbero valutare la delocalizzazione all’estero. Dalle audizioni è emersa infine la necessità di una riforma ampia, condivisa e strutturale, così come un interesse trasversale per il modello dell’Agenzia, indicato come possibile strumento in grado di garantire maggiore stabilità, trasparenza e certezza delle regole. Attendiamo le prossime sessioni di approfondimento, ma chiediamo fin da ora al Governo e al ministro Giuli risposte tempestive alle preoccupazioni emerse oggi, per ridurre l’incertezza che sta pesando sul settore e prevenire conseguenze difficilmente reversibili per il cinema italiano”.
Il parere del Partito Democratico sulla manovra, bocciato oggi in Commissione Cultura alla Camera, contiene una “grave bocciatura politica e la denuncia del vero e poprio flop della linea portata avanti dai ministri Giuli, Bernini e Valditara”. Una linea che certifica “l’assenza di una visione per il futuro del Paese e un progressivo disinvestimento su istruzione, università, ricerca e cultura”. “La legge di bilancio – sottolineano i componenti democratici della commissione cultura della Camera- fotografa un’Italia senza direzione: crescita debole, investimenti fermi, pressione fiscale ai massimi e servizi pubblici sempre più impoveriti. In questo quadro, il Governo colpisce uno dei pilastri dello sviluppo con oltre 600 milioni di euro di tagli all’istruzione nel triennio, a partire dalla drastica riduzione delle risorse per l’edilizia scolastica, mettendo a rischio sicurezza, qualità dell’offerta formativa e autonomia delle scuole. Nulla è previsto per il diritto allo studio, per il contrasto alla dispersione scolastica e alla povertà educativa. Università e ricerca sono le grandi assenti della manovra, così come mancano risposte all’emergenza del caro affitti e al welfare studentesco. C’è un tema urgente che riguarda i precari della ricerca su cui il governo ha adottato soluzioni parziali ed insoddisfacenti e solo l’impegno parlamentare delle forze di opposizione ha garantito risorse ulteriori. Anche la cultura, in tutti i suoi comparti a partire dal cinema, subisce nuovi e drammatici tagli che in alcuni casi non consentiranno neanche di portare avanti le produzioni già previste, mentre lo sport continua a non essere considerato un investimento sociale essenziale. È una manovra debole e difensiva, la più modesta degli ultimi anni, che mortifica il Parlamento e ignora le vere priorità del Paese. Il Governo sceglie ancora una volta di risparmiare su tutti i settori della conoscenza e della cultura compromettendo il futuro delle nuove generazioni”.
“Giuli alza polveroni per nascondere i drammatici tagli che ha promosso e avallato a tutti i settori della cultura”. Così il deputato democratico e componente della Commissione Cultura della Camera, Matteo Orfini, intervenendo sulle polemiche che in questi giorni animano il dibattito pubblico e i social, anche tra esponenti della maggioranza come Veneziani e lo stesso ministro Giuli. “L’industria cinematografica e audiovisiva è al collasso e le produzioni, a detta degli stessi operatori del settore, sono a un passo dallo stop. Teatri, fondazioni, lavoratrici e lavoratori dello spettacolo vivono una condizione di incertezza senza precedenti. E mentre il mondo della cultura chiede risposte, il Ministero resta impantanato nei litigi interni e nelle lotte intestine della destra, incapace di assumersi la responsabilità delle proprie scelte. I tagli alla cultura non sono un’invenzione dell’opposizione: sono scritti nero su bianco nei provvedimenti di questo Governo. Giuli e la maggioranza preferiscono alimentare polemiche e scontri ideologici per distogliere l’attenzione dal fatto che stanno smantellando pezzo dopo pezzo un settore strategico per il Paese”.
“Ai Premi David di Donatello, ospitati al Quirinale, il ministro della Cultura ha reagito in modo risentito alle critiche espresse da Elio Germano, sottolineando la presunta gravità di essere stato contestato in una sede istituzionale. Oggi, nel corso di un evento ufficiale alla Camera dei deputati dedicato alla presentazione dei dati di bilancio di Ales, lo stesso ministro Giuli ha scelto di utilizzare un contesto istituzionale per sferrare un attacco frontale a Marcello Veneziani, colpevole di aver espresso una valutazione severa sull’irrilevanza dell’azione del governo Meloni. Al di là del merito delle posizioni di Veneziani, emerge con evidenza la difficoltà del ministro Giuli nel rapportarsi al dissenso e nel sostenere un confronto critico. Le istituzioni della Repubblica non possono diventare lo spazio per regolare conti personali né per alimentare polemiche politiche. Quel linguaggio e quella impostazione allergica a ogni voce critica appartengono ad altri contesti: forse è lo stile di Atreju, il luogo in cui Giorgia Meloni e i suoi esponenti di partito amano spavaldeggiare e celebrare un’unità e una compattezza che, come dimostrato in questi giorni al Senato, esistono solo nelle fantasie di Palazzo Chigi. Il ministro Giuli eviti di polemizzare per spostare l’attenzione altrove e si concentri sul punto centrale: questa è quarta manovra di bilancio del Governo Meloni che taglia risorse alla cultura, indebolendo un settore strategico per il Paese. E Giuli in questa tornata ne è il diretto responsabile”. Così la capogruppo democratica nella commissione cultura della Camera, Irene Manzi.
"Bisogna riaccendere i riflettori sulla condizione del popolo saharawi e spingere la comunità internazionale a lavorare per una prospettiva di pace. E potrà essere una pace solida e duratura se si baserà sull’autodeterminazione dei saharawi, da 50 anni privati della loro terra.
È per questa ragione che oggi, al Comitato diritti umani della Camera, abbiamo audito la rappresentante in Italia del Fronte Polisario, Fatima Mahfud insieme a Nadia Conti e Valentina Roversi, rispettivamente presidente e vicepresidente della Rete Saharawi, Francesca Doria, Coordinatrice gruppo diritti umani della Rete Saharawi e Giulia Olmi, Coordinatrice di progetti per il popolo saharawi all’interno del Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli (CISP).
Con le nostre interlocutrici abbiamo parlato della condizione del Sahara Occidentale, occupato dal Regno del Marocco fin dal 1975, e della situazione dei diritti umani sia dei 170mila rifugiati nei campi del deserto algerino, sia dei saharawi che vivono nel territorio occupato dal Marocco.
Dopo numerose prese di posizione sia delle Nazioni Unite che della Corte europea di giustizia a favore dell’autodeterminazione del popolo saharawi e di un referendum per decidere il futuro del territorio attualmente occupato dal Marocco, una recente Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu mette invece alla base dell’avvio di negoziati di pace la proposta unilaterale di Rabat che prevede semplicemente l’autonomia del Sahara Occidentale all’interno del Marocco. Una prospettiva che come è noto non è condivisa dal Fronte Polisario.
Nel frattempo, si aggravano le condizioni di vita nei campi profughi algerini, dove si vive soltanto grazie ad aiuti internazionali che si riducono sempre di più. Nel territorio occupato dal Marocco continuano a consumarsi discriminazioni e repressione verso le voci che chiedono il rispetto dei diritti del popolo saharawi, in particolare giornalisti e attivisti.
Purtroppo l’opinione pubblica mondiale è all’oscuro di questa realtà anche perché i mezzi di informazione non si occupano del Sahara Occidentale.
In un momento in cui il diritto internazionale è sotto attacco, principi come l’autodeterminazione dei popoli devono tornare al centro dei dibattiti. Vale per i palestinesi, per i curdi e vale anche per i saharawi". Lo dichiara Laura Boldrini, deputata Pd e Presidente del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo.
Cosa pensano Giuli e Nordio della Pdl Varchi?
“Che cosa pensano i ministri Giuli e a Nordio della proposta di legge della deputata Varchi? Una norma che, nascondendosi dietro il nobile obiettivo di contrastare comportamenti criminali, rischia in realtà di imporre un vero e proprio bavaglio alla cultura, come la stessa presentatrice ammette esplicitamente nella relazione introduttiva del provvedimento, dove si parla di colpire direttamente la produzione di film, serie, libri e canzoni. Opere come Gomorra, La Piovra, Suburra, C’era una volta in America, Il Padrino, Romanzo Criminale, Mare Fuori e molte altre sarebbero state impossibili da girare se questa legge fosse stata in vigore. Siamo di fronte a una follia legislativa che rischia di soffocare la libertà d’espressione e la creatività nel nostro Paese” Così i democratici Matteo Orfini e Debora Serracchiani commentano la proposta di legge della deputata di Fdi Varchi che prevede “Introduzione dell’articolo 416-bis.2 del codice penale in materia di apologia e istigazione relative a fatti, metodi, princìpi o comportamenti propri delle associazioni criminali di tipo mafioso o di componenti delle medesime” anche attraverso serie, produzioni cinematografiche, libri e canzoni.
“Il Ministro Giuli aveva promesso il ripristino dei fondi per il cinema e l’eliminazione dei tagli previsti dalla manovra, una promessa che tutto il settore cinematografico e audiovisivo aveva accolto come un impegno indispensabile per evitare una crisi annunciata. Ma ad oggi quelle dichiarazioni non si sono tradotte in scelte concrete: l’emendamento del governo, tanto annunciato, non è affatto all’altezza della situazione e – come stanno denunciando in queste ore i produttori – rischia perfino di determinare un blocco delle produzioni già dalla primavera.”
"Occorre assolutamente ripristinare le risorse complessive, ma anche dare il tempo al settore per discutere e assorbire le nuove regole.
Altrimenti l'esito sarà catastrofico per le produzioni italiane, si salveranno solo forse quelle esecutive".Lo dichiara Matteo Orfini, deputato del Partito Democratico e componente della Commissione Cultura della Camera.
“Il governo dimostri serietà e ascolti le richieste di un intero comparto che rappresenta un patrimonio culturale ed economico del Paese.
Imprese e lavoratori stanno anche in queste ore raccontando la drammaticità della situazione e gli effetti drammatici di quanto fatto dal governo. Si smetta di negare la realtà, come avvenuto nell'ultimo anno e si correggano subito gli errori.
Senza risorse adeguate e politiche lungimiranti, la filiera rischia di fermarsi, con danni enormi per lavoratori, imprese e per l’immagine internazionale dell’Italia.”
“Pasolini è di tutti. Come lo sono il Futurismo, Il Signore degli Anelli e tanti altri autori e movimenti culturali che nessuno vorrebbe vedere rinchiusi in un pantheon politico. Fratelli d’Italia dovrebbe evolvere e smetterla di apporre etichette ideologiche a ciò che appartiene alla storia culturale collettiva, e iniziare a investire davvero nella cultura. A differenza di quello che fa questa manovra, dove ci sono solo tagli”. Così la capogruppo in Commissione Cultura della Camera per il Pd, Irene Manzi. “La cultura è libera, nel pensiero e nella critica, e continua ad attendere di capire cosa questa maggioranza intenda realmente fare. Oggi, però, ci troviamo di fronte alla terza manovra di bilancio consecutiva che taglia in modo significativo un ministero che per anni ha visto crescere gli stanziamenti: dalla tutela del patrimonio ai cantieri, dalle attività culturali al cinema, dall’editoria allo spettacolo dal vivo. È una lunga sequenza di sforbiciate che mette a rischio l’intero settore culturale. Di questo dovrebbe occuparsi il Governo: garantire risorse, visione e stabilità. Invece, assistiamo a un’attenzione smodata all’occupazione degli incarichi, ai convegni e alle campagne elettorali a vantaggio del partito della Presidente del Consiglio. La cultura non è una bandiera di parte: è un patrimonio comune che merita rispetto e investimenti adeguati. Prendiamo atto che – conclude Manzi - mentre il ministro Giuli cerca di filosofeggiare, il Governo continua a tagliare senza pietà tutti i settori della cultura”.