“Fa sorridere che oggi Fratelli d’Italia provi ad attribuirsi meriti sull’editoria e sulle librerie italiane dopo aver creato problemi enormi cancellando misure fondamentali per il settore, a partire dal sostegno agli acquisti delle biblioteche introdotto dai governi di centrosinistra, tardivamente reintrodotto dal solo nel 2025, o uno strumento importante come 18app, su cui il Governo ha dovuto fare una parziale marcia indietro rispetto alle scelte di inizio legislatura. I dati diffusi raccontano una verità molto semplice: il comparto ha ripreso fiato solo quando il Governo è stato costretto a fare marcia indietro davanti alle proteste di editori, librai e associazioni di categoria. Prima hanno tagliato risorse decisive, come denunciato più volte dagli stessi operatori del settore, poi si autocelebrano perché hanno rimediato ai danni che avevano provocato. Già durante la gestione Sangiuliano avevamo denunciato la cancellazione del cosiddetto ‘decreto Franceschini’, che consentiva alle biblioteche di acquistare libri sostenendo lettura, librerie territoriali e inclusione sociale. Una scelta sbagliata, a cui Giuli ha dovuto porre rimedio davanti all’evidenza dei fatti.
L’azione del Governo sull’editoria resta uno dei simboli del suo fallimento culturale. Per fortuna il Salone del Libro di Torino continua invece a dimostrare quanto la cultura italiana sia più viva, forte e più avanti rispetto alla pochezza della propaganda della destra”. Così Irene Manzi, capogruppo Pd in Commissione Cultura alla Camera.
"Il trentesimo posto su quaranta Paesi per il tasso di povertà infantile certificato dall'Unicef non è una fatalità: è il frutto di scelte politiche precise da parte del governo Meloni che impongono di agire . Prima tra tutte, la grave sottovalutazione di questi dati da parte di chi governa il Paese. Questo divario è reso ancora più evidente dalla visita della principessa Kate a Reggio Emilia per conoscere da vicino il 'Reggio Approach', la filosofia educativa per l’infanzia- ideata da Loris Malaguzzi- diventato un modello nel mondo. Lo dichiara Irene Manzi, deputata del Partito Democratico e capogruppo in commissione Cultura alla Camera, commentando il rapporto Unicef sulla condizione dell'infanzia in Italia.
"Sono le conseguenze di scelte precise – evidenzia l’esponente dem - quelle che hanno portato al taglio dei posti negli asili nido rispetto all'obiettivo iniziale fissato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Sono le conseguenze delle scelte che tengono ferma al Senato la nostra proposta di legge sul finanziamento strutturale dei Patti educativi di comunità, quegli accordi tra Comuni, scuole ed enti del Terzo settore che promuovono opportunità educative anche al di fuori dell’orario scolastico, particolarmente importanti proprio per quei bambini e quelle bambine che di opportunità ne hanno meno tra le mura di casa".
"Il Partito Democratico – conclude Manzi - ha presentato, sia alla Camera che al Senato, le proprie proposte di legge. I Patti territoriali, il riconoscimento uniforme della mensa scolastica come diritto essenziale universale, il potenziamento del tempo pieno e l'abbattimento dei costi legati alla frequenza scolastica, dai libri di testo ai trasporti. Proposte concrete, che abbiamo portato anche nelle ultime leggi di bilancio con emendamenti puntuali e che il governo continua a non voler prendere in seria considerazione. I dati Unicef impongono risposte immediate, non indifferenza".
“Il ministro Giuli ha disertato il Consiglio dei ministri della Cultura in corso a Bruxelles, mentre da più capitali europee arrivano critiche molto dure sulla gestione italiana del caso Biennale e sulle scelte che hanno consentito spazio a contenuti riconducibili alla propaganda russa. Un’assenza politicamente strategica, che evita imbarazzi proprio nel momento in cui il tema è al centro del confronto europeo.
In sede Ue cresce infatti la presa di distanza dalla scelta italiana che ha dato spazio alla propaganda russa e incrinato la reputazione della Biennale. L’assenza di Giuli conferma inoltre che le divisioni nella maggioranza, con Lega e Fratelli d’Italia su posizioni diverse, sono ancora profonde e che il governo fatica a definire una linea comune. Il pasticcio è sotto gli occhi di tutti. Dal governo una gestione confusa che sta producendo un danno crescente alla reputazione dell’Italia, da sempre considerata un riferimento nelle politiche culturali europee e oggi fortemente criticata.”
Lo dichiara Irene Manzi, capogruppo del Pd in commissione Cultura della Camera.
“Sul caso dei mancati finanziamenti al documentario su Giulio Regeni il ministro Giuli sosteneva di non avere responsabilità, oggi invece giustifica con questa vicenda le dimissioni del suo staff al Ministero. Evidentemente qualcosa non torna e sarebbe opportuno fare piena chiarezza. In ogni caso, non può passare inosservato che ancora una volta il Ministero della Cultura – che la destra aveva indicato come il laboratorio di una nuova egemonia culturale – sia travolto da tensioni e scontri continui interni a FdI. È l’ennesima conferma del fallimento totale delle politiche culturali del governo
In questa legislatura”. Lo dichiara Irene Manzi, capogruppo Pd in Commissione Cultura alla Camera.
“La libertà non è di per sé una condizione sufficiente a rendere giusta una scelta. Si può essere liberi e sbagliare. Nessuno mette in discussione l’autonomia, che resta un principio sacrosanto. Ma la scelta compiuta dalla Biennale, che ha finito per offrire un palcoscenico alla propaganda russa, è stata e continua a essere inaccettabile”. Lo afferma Irene Manzi, capogruppo del Partito Democratico in Commissione Cultura alla Camera. “Ora che il padiglione russo è stato aperto e il mondo dell’arte ha potuto visitarlo, emerge con ancora maggiore evidenza la gravità di quanto accaduto. È inaccettabile che una manifestazione culturale di rilievo internazionale venga piegata a logiche propagandistiche. Questa vicenda è il frutto di una gestione della cultura da parte del governo, a partire da Giuli e Meloni, fatta di imposizioni, strappi e personalismi, senza dialogo né capacità di ascolto. Un approccio che ha irrigidito tutto, producendo un grave danno per il Paese e per la credibilità delle nostre istituzioni culturali.
Anche i ministri della Cultura di Ucraina, Polonia e dei Paesi baltici hanno ribadito come la Russia utilizzi la cultura per ripulirsi dalle proprie responsabilità, sottolineando che la libertà artistica non può essere strumentalizzata per legittimare l’aggressione, ma va difesa proprio contro ogni uso propagandistico.
La gestione della Biennale sta diventando un danno per l’immagine del Paese. Un errore grave, di cui il governo porta la responsabilità. È inoltre stato discutibile e fuori luogo il tentativo di Buttafuoco nel suo intervento di apertura di tirare per la giacchetta il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per giustificare scelte che restano sbagliate”, conclude Manzi.
“Siamo di fronte a uno dei più gravi pasticci mai visti nel campo delle istituzioni culturali del nostro Paese. Una situazione che impone chiarezza e assunzione di responsabilità, a partire dal ministro Giuli, che non può continuare a limitarsi a prese di distanza formali o a scaricare su altri il peso di scelte e nomine che ricadono pienamente nell’alveo dell’azione di governo.
È troppo facile oggi dire ‘non condividiamo’. Non condivide il ministro, non condivide la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, non condividono i partiti di maggioranza ad eccezione della Lega. Ma allora viene da chiedersi: chi ha governato queste scelte? Chi ha nominato i vertici della Biennale? Non siamo di fronte a un’entità astratta o a un ufo atterrato in laguna: la Biennale è una delle principali istituzioni culturali italiane e internazionali, e come tale merita competenza, visione e responsabilità. Per quanto tempo ancora andrà avanti questo balletto di posizioni contrapposte e di una maggioranza divisa su tutto, anche sulla gestione delle principali istituzioni culturali del Paese? Il ministro Giuli deve venire in Parlamento a chiarire, assumersi fino in fondo la responsabilità politica di questo scandaloso pasticcio e spiegare al Paese quali siano le intenzioni del governo per garantire credibilità e autorevolezza a una delle nostre istituzioni culturali più prestigiose.” Così in una nota Irene Manzi, capogruppo PD in Commissione Cultura alla Camera.
La capogruppo del Partito Democratico in Commissione Cultura alla Camera, Irene Manzi, interviene in merito alle recenti dichiarazioni della direttrice d’orchestra Beatrice Venezi, dalle quali emerge l’intenzione di avviare una diatriba legale con il Teatro La Fenice riguardo alle modalità del suo licenziamento da parte del sovrintendente.
“Siamo di fronte all’ennesimo caso in cui, oltre al danno, si rischia di aggiungere la beffa. La Fenice, una delle più importanti istituzioni culturali del Paese, si troverà ora a dover gestire una vicenda complessa che, indipendentemente dall’esito, comporterà un significativo impiego di tempo e risorse. Per non parlare del danno reputazionale che è sotto gli occhi di tutti. Quanto sta accadendo è il frutto di una gestione della cultura da parte della destra, e in particolare di Fratelli d’Italia, che sta producendo effetti dannosi diffusi. Le istituzioni culturali vengono caricate dei costi di una politica miope e irresponsabile, che considera la cultura come terreno di occupazione anziché come patrimonio da tutelare e valorizzare. Una volta chiariti tutti gli sviluppi della vicenda, chiederemo in Parlamento di fare piena luce sugli eventuali costi che il caso Venezi avrà determinato per le casse dello Stato italiano. Giuli, che ha responsabilità politiche in questo ambito, dovrebbe riflettere seriamente su quanto sta accadendo e assumersene fino in fondo le conseguenze”, conclude Manzi.
"Esprimo, a nome del Partito Democratico, la più piena vicinanza e solidarietà alle musiciste e ai musicisti del Teatro La Fenice di Venezia, oggetto di inaccettabili minacce di morte. Si tratta di episodi gravissimi, che colpiscono non solo le persone direttamente coinvolte, ma l’intero sistema culturale del nostro Paese. Di fronte a questi fatti non si può e non si deve mai abbassare la guardia". Lo afferma Irene Manzi, capogruppo del Pd in Commissione Cultura alla Camera. "Ci aspettiamo una presa di distanza chiara e una solidarietà unanime da parte di tutte le forze politiche. La difesa della libertà artistica e della sicurezza di chi lavora nella cultura deve essere un terreno condiviso, sottratto a ogni ambiguità".
"Ribadiamo con fermezza la nostra posizione su questa vicenda e, più in generale, sul modo in cui il partito della Presidente Meloni, attraverso ministri e figure istituzionali legate alla cultura, sta gestendo le politiche culturali del Paese. Un approccio divisivo, spesso caratterizzato da toni e modalità che alimentano tensioni e contrapposizioni, che il sistema culturale italiano non merita. Il ministro Giuli rivendica a parole l’autonomia della cultura, ma nei fatti assistiamo a un utilizzo delle istituzioni culturali – dai musei ai teatri, fino alle fondazioni liriche – come terreno di scontro identitario e politico. Il caso di Venezia rappresenta purtroppo uno degli esempi più evidenti di questo fallimento".
“Dopo le dichiarazioni della stessa Beatrice Venezi, è evidente che questa vicenda è tutt’altro che chiusa e va chiarita fino in fondo, anche nelle sue conseguenze. Noi non accetteremo che venga sprecato neanche un solo euro di risorse pubbliche”. Lo afferma Irene Manzi, capogruppo del Pd in Commissione Cultura della Camera. “Il continuo rimarcare, nella giornata di oggi, che il licenziamento di Beatrice Venezi dal Teatro La Fenice sia una scelta autonoma del sovrintendente ha tutto il sapore di una excusatio non petita. Giorgia Meloni stamattina e Giuli nel pomeriggio – prosegue – continuano con questo ritornello come a voler far credere che quella di Venezi non sia stata una grandissima operazione politica fallita di Fratelli d’Italia. Hanno fatto di tutto per sostenerla e difenderla, schierandosi apertamente e prendendo posizione contro il mondo della lirica e della sinfonica italiana. Esponenti di FdI hanno partecipato anche a manifestazioni pubbliche, con Mollicone in testa a Venezia, e oggi ci vogliono dire che non era una scelta politica. Se non ci fossero state queste prese di posizione, qualcuno avrebbe persino potuto sollevare dubbi su indebite interferenze in decisioni che dovrebbero restare autonome e proprie delle istituzioni culturali. Ma del resto – aggiunge – è lo stesso schema che Fratelli d’Italia sta applicando ovunque: riempire i consigli di amministrazione delle istituzioni culturali, a partire dai musei, con figure legate alla politica locale. È una brutta pagina per il nostro sistema culturale. Altro che autonomia: siamo di fronte a un’ingerenza continua e sistematica. E oggi si tenta di prenderne le distanze. In modo tardivo e maldestro”, conclude Manzi.
“Il caso del Teatro La Fenice certifica il fallimento del Governo e di Fratelli d’Italia nelle politiche culturali.”
Lo dichiara Irene Manzi, capogruppo del Partito Democratico in Commissione Cultura alla Camera.
“La vicenda legata alla nomina di Beatrice Venezi è il risultato di una scelta politica imposta dall’alto, senza ascolto del mondo della musica e della lirica, che abbiamo contestato fin dall’inizio.”
“È un metodo sbagliato, che mortifica competenze e autonomia delle istituzioni culturali e che oggi presenta il conto.”
“Era stata trasformata in una bandiera da Fratelli d’Italia. Oggi quella bandiera è stata ammainata.”
“Ci auguriamo che tutta questa vicenda non costi neanche un euro allo Stato italiano. Il prezzo sulla credibilità delle nostre istituzioni culturali, purtroppo, è già stato altissimo.”
“Il ministro Giuli, invece di esprimere solidarietà al sovrintendente Colabianchi, dovrebbe richiamarlo per la gestione caotica e gravissima dell’intera vicenda. Non bastano queste tardive marce indietro per nascondere responsabilità ormai evidenti.”
“Attendiamo di conoscere nel dettaglio tutte le conseguenze di quanto sta accadendo, per poi assumere gli atti politici conseguenti in Commissione Cultura alla Camera, la Commissione guidata da Federico Mollicone, che in questi anni si è più volte espresso a favore di Venezi e che oggi dovrebbe trarre le conseguenze di questa grave sconfitta politica, personale e del suo partito, oltre che delle scelte del Governo Meloni.”
“Siamo ormai di fronte a una gestione della cultura e delle istituzioni culturali inadeguata e pasticciata, degna dell’asilo Mariuccia”. Lo afferma la capogruppo del Partito Democratico in Commissione Cultura alla Camera, Irene Manzi, commentando la decisione del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, di non partecipare all’apertura della Biennale di Venezia.
“È passato diverso tempo da quando il ministro ha ingaggiato un vero e proprio braccio di ferro con il presidente Pietrangelo Buttafuoco, senza riuscire a trovare una soluzione. Siamo davanti a una gestione personalistica, fatta di gelosie, mancato coordinamento e tensioni che nulla hanno a che vedere con ciò che dovrebbe essere la cura del patrimonio culturale e di uno degli eventi artistici più importanti della scena internazionale”.
“È possibile che, in tutto questo tempo, il ministro non sia riuscito ad avviare un dialogo costruttivo con il presidente Buttafuoco per riportare la situazione a una decisione saggia?”.
“Il gioco dell’autonomia ha raggiunto il suo apice ieri, quando la giuria della Biennale ha addirittura preso le distanze dalla presidenza. Siamo ormai a un tutti contro tutti, dimostrazione evidente del caos che questo governo sta producendo anche nel settore culturale. Un quadro che conferma come, anche in ambito culturale, questa legislatura si stia rivelando un grande fallimento”.”
Ministro sta sottovalutando, colpiti luoghi simboli del nostro patrimonio, inattività Governo crea disagi e truffe
“Dopo quanto accaduto agli Uffizi, apprendiamo ora che anche il Colosseo è stato colpito da un attacco hacker che ha messo in difficoltà il sistema di prenotazione online e il sito. I campanelli d’allarme stanno suonando sempre più forte e ci dicono con evidenza che il nostro patrimonio culturale non è adeguatamente protetto negli ambienti digitali”. Così Irene Manzi, capogruppo del Partito Democratico in Commissione Cultura alla Camera. “Negli ultimi anni il Ministro Giuli ha ereditato risorse ingenti per il rafforzamento digitale del patrimonio culturale italiano e dei luoghi della cultura. Il PNRR prevedeva misure significative proprio su questi ambiti. A pochi mesi dalla chiusura del progetto europeo, chiediamo: quanto di quanto programmato è stato effettivamente realizzato? Qual è oggi lo stato della sicurezza digitale del nostro patrimonio? E cosa sta facendo concretamente il Ministero per prevenire e contrastare questi attacchi? Al momento – prosegue Manzi – abbiamo l’impressione che il Ministro apprenda dai giornali quanto sta accadendo, senza che risultino dichiarazioni o iniziative tempestive per fronteggiare la situazione. Siamo di fronte a una preoccupante sottovalutazione di un fenomeno che invece richiede la massima attenzione. L’inattività di Giuli ha già effetti negativi concreti per cittadini e visitatori: i disagi nei sistemi ufficiali spingono infatti molte persone a rivolgersi a piattaforme non sicure e non ufficiali, con il rischio di pagare costi maggiori e di incorrere in truffe. La sicurezza digitale è ormai parte integrante della tutela del patrimonio culturale. Per questo il Partito Democratico annuncia la presentazione di una nuova interrogazione parlamentare sul caso Colosseo, che si aggiunge a quella già depositata sugli Uffizi. Due luoghi simbolo del nostro patrimonio sono sotto attacco: fare finta di nulla è molto grave. Il Ministro Giuli riferisca al Parlamento cosa sta facendo”.
“Sulla partecipazione della Russia alla Biennale di Venezia, continuiamo a registrare ambiguità da parte del governo. Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, a parole si è schierato, ma tutto si è poi trasformato in un nulla di fatto, eccezion fatta per la sanzione minacciata dalle istituzioni europee. Non è certo a colpi di carte bollate che si gestisce il patrimonio culturale italiano”. Così la capogruppo democratica nella commissione Cultura della Camera, Irene Manzi, che denuncia la “forte preoccupazione per le modalità con cui il governo sta procedendo, che finiranno per determinare un taglio di 2 milioni di euro ai finanziamenti alla Biennale”.
“È lecito chiedersi come sia possibile che il Ministero non riesca a dialogare nemmeno con figure che esso stesso ha contribuito a nominare, per giungere a decisioni di buon senso senza dover ricorrere allo scontro. Questa inattività rischia di tradursi nella perdita di importanti fondi europei, che rappresentano un sostegno essenziale per il sistema culturale e per il prestigio internazionale delle nostre istituzioni”
“La scelta del ministero della Cultura di non finanziare il docufilm dedicato a Giulio Regeni è stata grave e con motivazioni purtroppo deboli e politiche , come sembrano confermare anche le dimissioni avvenute in questi giorni di Paolo Mereghetti, Massimo Galimberti e ieri di Ginella Vocca, componenti delle sottocommissioni Cinema del Mic. Abbiamo posto la questione anche in Aula, durante il question time, con un’interrogazione a prima firma della nostra segretaria Elly Schlein, per chiedere spiegazioni sulle valutazioni compiute dalla sottocommissione ministeriale che appaiono motivate più da intenti politici che da ragioni artistiche ”. Lo afferma Irene Manzi, capogruppo del Partito Democratico in commissione Cultura alla Camera.
“Il ministro – aggiunge l’esponente dem - ha preso le distanze dalle decisioni della commissione, ma il punto riguarda anche le modalità con cui queste commissioni vengono formate. In queste ore emergono notizie giornalistiche che collegano componenti delle commissioni a esponenti della maggioranza, del partito della Presidente del Consiglio Meloni e del ministro Giuli, delineando una vera e propria filiera interna ai processi di valutazione. Il caso del docufilm su Regeni è emblematico e dimostra come il metodo Giuli che vuole la politicizzazione delle commissioni, la riduzione delle risorse e un approccio egemonico rappresentino un mix micidiale per l’industria cinematografica. Un’industria che, giustamente, sta reagendo e alla quale va tutta la nostra solidarietà. La cultura e l’arte cinematografica devono restare libere dalla politica”.
“È un quadro – conclude Manzi - che conferma ancora una volta come questo governo sia più interessato all’occupazione di ruoli e cariche che a sostenere davvero la cultura e l’intero settore cinematografico, come purtroppo i tagli dell’ultima legge di bilancio sembrano confermare”.
Quanta paura può fare un film? Secondo noi può farne molta quando scuote le coscienze. E noi oggi siamo qui a chiedere una spiegazione chiara in merito alla scelta fatta da una delle sottocommissioni ministeriali di non finanziare il docufilm dedicato proprio a Giulio Regeni. Un docufilm premiato con il nastro d’argento per la legalità e che sarà proiettato nei prossimi mesi negli atenei italiani e presentato al Parlamento europeo. Una scelta discutibile e sbagliata che è stata accompagnata dalle dimissioni, ventiquattro ore fa, di due figure di prestigio come Paolo Mereghetti e Massimo Galimberti, che facevano parte di un’altra delle sottocommissioni del ministero. Noi riteniamo quella decisione, oltre che discutibile, fondata su motivazioni politiche e proprio per questo abbiamo chiesto conto al ministro- che è responsabile politico di quel ministero- chiarezza sulle scelte fatte che non possiamo accettare. Perché quel film parla di verità e giustizia, valori non di parte ma patrimonio della coscienza collettiva”.
Lo dichiara Irene Manzi, capogruppo PD in commissione Cultura, durante il Question Time alla Camera con il ministro Giuli.