“La situazione del sistema universitario e della ricerca pubblica in Italia è diventata insostenibile. Siamo tra i Paesi OCSE con la più bassa spesa pubblica in ricerca, ferma allo 0,5% del PIL, lontanissimi da Germania (2,6%), Francia (2,1%) e Danimarca (4,8%). E il lieve incremento previsto nei prossimi cinque anni, pari allo 0,1%, è del tutto insufficiente”. Lo ha detto in Aula alla Camera, Irene Manzi, capogruppo Pd in commissione Cultura, intervenendo sulla mozione del Pd per un piano strategico nazionale volto ad attrarre e a favorire la permanenza di ricercatori europei ed extraeuropei in Italia.
“Il settore – ha proseguito l’esponente dem - continua a essere schiacciato dal precariato: su oltre 125mila addetti, ben 74mila sono precari. E i tagli voluti dall’esecutivo che riducono il fondo ordinario degli atenei, insieme al blocco del turn over rischiano di compromettere la tenuta del sistema. La mancanza di una visione strategica, l’assenza di investimenti e l’assenza di un piano straordinario di reclutamento, colpiscono giovani ricercatori, dottorandi e assegnisti, mentre il resto d’Europa rafforza le proprie università. Il paradosso è evidente: si parla di attrarre talenti dall’estero mentre si spinge all’emigrazione quelli italiani”.
“Il Partito Democratico - conclude Manzi - chiede un’inversione di rotta: serve un piano straordinario e strutturale per il reclutamento dei ricercatori e un investimento stabile nella ricerca di base. L’Italia ha bisogno di una politica pubblica che riconosca alla ricerca il ruolo strategico che merita. E’ sconfortante assistere ai pareri contrari del governo alle mozioni presentate dalle opposizioni perché questa poteva diventare una grande occasione di confronto comune su un tema così cruciale per il futuro del Paese: quello della libertà e dell’indipendenza della ricerca ”.
"Subito il salario minimo nei bandi e negli appalti pubblici: l’irresponsabile inerzia del Governo Meloni sta impoverendo milioni di persone”, afferma la deputata democratica, Irene Manzi, sottolineando come la Caritas abbia certificato con nettezza l’aumento dei lavoratori poveri, l’incapacità delle famiglie di far fronte al caro vita e la progressiva erosione dei redditi. “È inaccettabile che, mentre il costo della vita sale, lo Stato si limiti a osservare. In questo senso - sottolinea Manzi - la proposta di Matteo Ricci di vincolare chiunque lavori per la Regione Marche al rispetto dei contratti collettivi nazionali e a garantire un salario minimo di 9 euro l’ora è un modello da seguire. Una proposta giusta, sacrosanta, rispettosa della dignità del lavoro - conclude Manzi appellandosi al Governo - a non rimandare più l’approvazione della proposta del salario minimo: serve coraggio politico, subito.”
“Oltre il 25 per cento degli adolescenti ha un uso problematico dello smartphone, con effetti negativi su salute, relazioni e sull’apprendimento. L'uso del cellulare è ancora più dannoso durante l'orario scolastico e, nonostante sia vietato da direttive ministeriali, ben il 65% degli studenti è soggetto a grande facilità di distrazione, scarsa concentrazione e, di conseguenza, voti bassi. In entrambi i rami del Parlamento è depositata una proposta di legge bipartisan sulla tutela dei bambini e gli adolescenti nell’utilizzo degli strumenti digitali, dove è anche prevista un’età minima per la fruizione”. Così si legge nell'interrogazione presentata dalle deputate Pd, Marianna Madia, vicepresidente in commissione Politiche Ue, e Irene Manzi, capogruppo in commissione Cultura, al ministro Valditara con cui si sollecita di accelerare sul divieto dell'uso dello smartphone in classe.
“Il ministro Valditara - continuano le deputate - recentemente ha annunciato dall’inizio del prossimo anno scolastico, il divieto, esteso anche alle scuole superiori di secondo grado, degli smartphone in classe ma ancora non chiaro come il governo voglia muoversi per monitorare la situazione e attuare, con celerità, il divieto e l'iter parlamentare”. Un'analoga interrogazione è stata presentata al Senato dalla senatrice Pd, Simona Malpezzi.
“Il 67 per cento dei bambini con background migratorio è nato in Italia e frequenta le nostre scuole. Questo dato, da solo, racconta l’enorme ingiustizia che si consuma quotidianamente ai danni di migliaia di bambine e bambini: crescono nel nostro Paese, parlano la nostra lingua, condividono lo stesso percorso educativo dei loro coetanei, ma non hanno le stesse opportunità di vedersi riconosciuta la cittadinanza italiana”. Così la deputata Irene Manzi, capogruppo Pd in commissione Cultura e responsabile nazionale Scuola del Pd.
“È il momento – aggiunge l’esponente dem - di colmare questo vuoto normativo e umano. Votare SÌ al referendum non è solo un atto politico, ma un gesto di giustizia verso una generazione che vive da italiana pur senza esserlo per legge. È necessario guardare alla realtà delle nostre aule scolastiche, dove la legge attuale non riesce più a rappresentare ciò che accade ogni giorno”.
“L’8 e il 9 giugno – conclude Manzi - sono un’occasione decisiva per cambiare rotta e riconoscere diritti a chi li merita. Andiamo a votare e votiamo SÌ: per una scuola che include, per un’Italia più giusta, per un futuro davvero comune”.
“5660 cattedre in meno nella scuola, 2174 posti tagliati al personale ATA nel 2026/2027. Sono numeri reali, nero su bianco nell’ultima legge di bilancio, e oggi stanno diventando realtà nei territori: meno classi, meno docenti, meno opportunità. Il governo Meloni colpisce al cuore l’istruzione pubblica, nascondendo dietro il calo demografico una logica ragionieristica inaccettabile”. Lo ha detto in Aula alla Camera Irene Manzi, capogruppo Pd in commissione Cultura, nel corso delle dichiarazioni di voto finali al dl Pnrr e per l'avvio dell'anno scolastico 2025/2026, esprimendo il voto contrario del Gruppo dem.
“A peggiorare il quadro – ha evidenziato l’esponente Pd – nel decreto si stabilisce che dal 2026/2027 non si potranno costituire più classi di scuola secondaria superiore di quante ce ne siano state nel 2023/2024, a prescindere dal numero di studenti. Una norma che rischia di portare a sovraffollamento delle classi, soprattutto nelle aree più fragili del Paese. Una vera e propria macelleria sociale. Con la riforma degli istituti tecnici si riducono le ore di insegnamento generale nel biennio, si anticipano i percorsi PCTO, senza risorse aggiuntive, laboratori, formazione o investimenti per l’orientamento. Un’idea miope che non valorizza l’istruzione tecnica e perde la grande scommessa rappresentata dal Piano Nazionale di Ripresa e resilienza.”
“Infine non è possibile ignorare – ha concluso Manzi - l’emendamento sul pre-ruolo universitario inserito nel passaggio al Senato: si moltiplicano le figure precarie nella ricerca senza nuove risorse, senza tutele. È un colpo alla dignità del lavoro accademico e un tradimento degli impegni presi con l’Europa. Il Partito Democratico ha presentato proposte concrete per contrastare la povertà educativa, per garantire qualità e continuità nel lavoro di chi fa scuola e ricerca, per venire incontro anche alle richieste migliorative relative al contratto di ricerca. Non si è mai pensato da parte della maggioranza di aprire un vero confronto di merito su questo. E questo decreto va nella direzione opposta da quella che vorremmo attuare. Ecco perché votiamo contro, e continueremo ad opporci a questa visione nelle Aule parlamentari e nel Paese, per ribadire che tutto questo non è e non sarà mai a nostro nome”.
“Assistiamo al grido d'allarme di quasi dodicimila, tra ricercatori, tecnici, assegnisti del Cnr, il più grande ente di ricerca italiano: quale sarà il loro futuro? Il mandato della presidente è scaduto, non rinnovato e non risulta alcuna sostituzione dei nuovi membri del consiglio di amministrazione. Si susseguono voci che ipotizzano il commissariamento del Cnr e il governo rimane in silenzio e non dà alcuna risposta o certezza. Il governo Meloni non sceglie e non prende decisioni. Le preoccupazioni diventano un allarme: sul futuro del Cnr e degli 11 miliardi di fondi del Pnrr per la ricerca, il silenzio non è accettabile. Le lavoratrici e i lavoratori del Cnr meritano risposte che il governo in questo momento, come dimostra anche la risposta della ministra Bernini, non intende dare ” Lo dice la deputata Irene Manzi, capogruppo Pd in Commissione Cultura, durante il Question Time alla Camera alla ministra Anna Maria Bernini.
La risposta del governo Meloni e in particolare del ministro della Cultura Giuli alla crisi del settore editoriale è del tutto insufficiente e lacunosa e tradisce il mondo dell’editoria di fronte al grido d’allarme lanciato dagli editori al Salone del Libro di Torino e alle promesse non mantenute. Il ministero, rispondendo a un nostro Question Time in commissione, non ha dato tempi certi o impegni chiari per potenziare il finanziamento al settore. Non possiamo accontentarci di generiche dichiarazioni d’intenti. Serve un intervento strutturale, e serve subito.” Lo dichiara Irene Manzi, capogruppo Pd in commissione Cultura.
“La sostituzione della 18app con la Carta Cultura e del Merito – prosegue l’esponente dem – ha smantellato una misura universale, trasformando un diritto in un premio legato a requisiti reddituali e di merito. Non è accettabile che l’accesso alla cultura venga condizionato in questo modo, specie per le giovani generazioni”.
“Senza una legge quadro sul libro – conclude Manzi - senza risorse e strumenti stabili, l’Italia rischia di compromettere una delle sue industrie culturali più importanti. È urgente convocare un tavolo di confronto con tutti gli operatori del settore e costruire una politica del libro che guardi al lungo periodo. Chiediamo una visione strategica, non misure spot con scadenze predefinite. La cultura non può essere lasciata alla precarietà delle singole iniziative: serve un impegno serio, continuativo e strutturato”.
“È inaccettabile che, a distanza di mesi, il ministero dell’Istruzione non abbia ancora emanato il decreto necessario per attivare il fondo destinato al servizio di sostegno psicologico nelle scuole”. Lo dichiara la deputata Irene Manzi, capogruppo Pd in commissione Cultura, che denuncia l’immobilismo del governo Meloni su un tema cruciale per il benessere della comunità scolastica.
“Nel corso della scorsa legge di bilancio – ricorda l’esponente dem – il nostro gruppo parlamentare aveva destinato una quota significativa delle risorse del proprio fondo parlamentare , 10 milioni di euro per il 2025 e 18 a decorrere dal 2026, per istituire uno sportello psicologico a favore di studenti e studentesse. Ma ad oggi, tutto tace: stiamo ancora aspettando il decreto che servirebbe a rendere operativo lo strumento previsto dalla legge”.
“Il governo – conclude Manzi - fa molta propaganda sulla scuola, ma nei fatti agisce con tagli, oltre 5.000 posti di organico di potenziamento nella scorsa legge di bilancio. Anche sul fronte dell’educazione all’affettività e al rispetto, l’introduzione dell’obbligo di consenso preventivo della famiglia rischia di bloccare percorsi fondamentali per la crescita equilibrata degli studenti. “L’istruzione merita centralità e strumenti concreti, non propaganda e inerzia”.
“È positivo che il ministro Giuli porti all’attenzione del Consiglio europeo il rischio dei dazi e il valore strategico dell’industria cinematografica. Ma sarebbe opportuno che mostrasse la stessa attenzione anche in Italia, dove il comparto sta affrontando una crisi gravissima, frutto di scelte politiche errate e di una costante mancanza di dialogo con il settore” lo dichiara Irene Manzi, capogruppo del Partito Democratico in Commissione Cultura alla Camera.
“L’industria cinematografica italiana - aggiunge Manzi - sta attraversando una crisi profonda, e le responsabilità del governo Meloni sono evidenti. Fin dall’inizio del suo mandato, l’esecutivo ha adottato provvedimenti penalizzanti, tagliando risorse fondamentali e generando un clima di incertezza che sta mettendo in ginocchio un’intera filiera produttiva.
Si tratta di un settore che rappresenta da sempre un’eccellenza del nostro Paese, riconosciuta a livello internazionale, e che oggi si trova ad affrontare danni economici e occupazionali senza precedenti.
Chiediamo al governo di fermarsi e di venire in Parlamento: è qui che intendiamo aprire un confronto pubblico, trasparente, e dare voce a tutti gli operatori e le operatrici del settore. Un confronto che deve avvenire senza attacchi o delegittimazioni da parte della maggioranza, e che abbia come obiettivo il miglioramento della legislazione esistente e il rilancio dell’audiovisivo italiano. Le critiche e le proposte che arrivano dal mondo del cinema e della cultura non possono essere liquidate con superficialità o sarcasmo: meritano rispetto, ascolto e risposte concrete” conclude la democratica.
Serve confronto in Parlamento
"È ora di smetterla con il vittimismo. Non parliamo di insulti, ma di critiche legittime e fondate. Il ministro Giuli dovrebbe comportarsi da ministro della Repubblica, rappresentando tutti i cittadini, e non limitarsi a attaccare e rivendicare un’identità di parte, come fa ogni volta che interviene pubblicamente, dichiarandosi ‘a lavoro’ per quel fantomatico 30% che sostiene il suo partito” così la capogruppo democratica nella commissione cultura della camera, Irene Manzi. “Invece di affrontare il merito delle questioni - aggiunge Manzi - Fratelli d’Italia continua a mettere in scena il solito teatrino, tentando di spostare l’attenzione dalla crisi profonda in cui il governo ha gettato l’intero comparto dell’audiovisivo, un settore strategico per il Paese. Le proteste e le voci autorevoli che si stanno alzando questi giorni sono legittime e meritano ascolto, non denigrazione. Il disagio è reale e richiede risposte concrete, non propaganda. Per questo – conclude Manzi – invitiamo Fratelli d’Italia e il ministro Giuli a un confronto serio nelle sedi istituzionali. Chiediamo al presidente della Commissione Cultura, Federico Mollicone, di calendarizzare al più presto la proposta di legge e la risoluzione presentate dal Partito Democratico sull’audiovisivo. È in Parlamento che si devono affrontare i problemi e trovare soluzioni per il futuro del settore."
«Le nuove esternazioni del presidente Mollicone contro Elio Germano e Geppi Cucciari, arrivate oggi, confermano un atteggiamento che ha ormai superato il limite dell’arroganza istituzionale. Invece di intimidire chi esprime le proprie opinioni e rivendica libertà artistica e di pensiero, Mollicone dovrebbe ricordarsi del ruolo che ricopre e della responsabilità che ha nei confronti del mondo della cultura. La Commissione Cultura, che presiede, non ha ancora affrontato seriamente il grave stato di crisi dell’industria cinematografica italiana, anche a causa del suo immobilismo. Chieda scusa a Germano, Cucciari e a tutti coloro che cercano di tenere vivo un dibattito libero e costruttivo, e si decida finalmente a calendarizzare la risoluzione del Partito Democratico sul settore cinema, presentata mesi fa e ancora ignorata. E si avvii un’indagine conoscitivo sullo stato dell’industria audiovisiva italia . Altro che diffamazione: qui siamo di fronte a un uso politico e vendicativo delle istituzioni». Così in una nota Irene Manzi, capogruppo del Partito Democratico in Commissione Cultura alla Camera.
«Le dichiarazioni arroganti del presidente Mollicone non sono adatte al ruolo che ricopre. Invece di decidere chi ha diritto di parlare nel dibattito pubblico e dispensare patenti di legittimità artistica, Mollicone dovrebbe occuparsi delle proprie funzioni istituzionali. La Commissione che lui presiede non ha mai discusso seriamente del disastro che sta colpendo l’industria cinematografica italiana, anche grazie al suo colpevole silenzio. Lo invitiamo dunque a smettere di attaccare chi ha il coraggio di dire la verità e a calendarizzare immediatamente la risoluzione del Pd presentata ormai da mesi sullo stato del settore. Altro che diffamazione. Qui c’è solo un disperato tentativo di intimidire chi critica una gestione politica miope e vendicativa”. Così una nota della Capogruppo democratica in commissione Cultura alla Camera, Irene Manzi.
"Ieri durante i David il mondo del cinema ha alzato la voce in modo netto e autorevole: registi, produttori, attori e operatori del settore hanno denunciato pubblicamente una situazione ormai non più sostenibile. L’industria cinematografica e audiovisiva italiana è in crisi, e questa crisi è stata determinata dalle scelte del Governo Meloni. Con il ministro Sangiuliano, la sottosegretaria Borgonzoni e ora anche il ministro Giuli, il comparto è stato abbandonato all’incertezza normativa, alla riduzione delle risorse economiche e a un disinteresse che ha spinto via dal nostro Paese le grandi produzioni internazionali. Il risultato? Una crisi occupazionale senza precedenti e produzioni italiane costrette a rinviare progetti fondamentali. È il momento di cambiare passo. Chiediamo che il Parlamento avvii immediatamente un’indagine conoscitiva sullo stato dell’industria cinematografica e audiovisiva italiana. Il Presidente della
Commissione cultura della Camera, Mollicone, non può continuare a far finta di non ascoltare e ha il dovere di fornire risposte concrete e di confrontarsi apertamente con le istanze che arrivano dall’opposizione e da tutto il settore." Così una nota di Irene Manzi, Capogruppo PD Commissione Cultura della Camera.
“Mentre il ministro Giuli si abbandona alla consueta retorica autoreferenziale parlando di una “storia d’amore” tra il MiC e il cinema italiano, il settore sprofonda in una crisi profonda e strutturale. Peccato che la sua narrazione autocelebrativa sia stata accolta con evidente disagio dai rappresentanti di una categoria che da mesi lancia l’allarme, inascoltata, sulle incertezze normative, i ritardi nei finanziamenti e il mancato dialogo con le istituzioni” così la capogruppo democratica nella commissione cultura della Camera, Irene Manzi che aggiunge: “Fa male constatare che anche nella sede più alta della Repubblica, il Quirinale, il ministro non sia riuscito a trattenere la voglia di fare propaganda, ribadendo – con toni sempre più distanti dalla realtà – che “tutto va bene”. Nulla di più falso. L’industria cinematografica italiana è allo stremo, e il Governo è il principale responsabile di questa situazione. I numeri parlano chiaro: progetti fermi, tax credit bloccati, aziende e lavoratori lasciati nell’incertezza. Le promesse si moltiplicano, ma i fatti non arrivano. Ribadiamo – aggiunge Manzi - con forza la richiesta al presidente della Commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone, di avviare immediatamente un’indagine conoscitiva sullo stato dell’arte dell’industria cinematografica italiana. E’ necessario un confronto serio e trasparente con tutte le categorie coinvolte. Agire da soli, senza ascolto, sarebbe un ulteriore gravissimo errore”, conclude la democratica.
“I dazi al cinema annunciati dal presidente Trump rappresentano una minaccia concreta e grave per l’intera industria cinematografica e audiovisiva italiana. A rischio non è solo l’export culturale del nostro Paese, ma anche la tenuta di un settore già segnato da profonde difficoltà strutturali e normative”. Lo dichiara Irene Manzi, capogruppo del Partito Democratico nella Commissione Cultura della Camera, commentando l’intenzione annunciata dalla presidenza statunitense di imporre tariffe del 100% su tutti i film stranieri importati negli Stati Uniti. “Le decisioni unilaterali di Trump – che evocano un ritorno a forme aggressive di sovranismo economico – sono profondamente preoccupanti», prosegue Manzi. «A tutto ciò si somma il caos normativo generato in Italia dal governo Meloni, che continua a portare avanti politiche incerte e poco lungimiranti, costringendo importanti produzioni internazionali a spostarsi fuori dai nostri confini. Il combinato disposto tra dazi punitivi e l’assenza di un quadro normativo stabile e competitivo – sottolinea – rischia di infliggere un colpo mortale alla filiera del cinema e dell’audiovisivo nazionale, già fortemente provata da mesi di stallo. Per questo motivo, il Partito Democratico lancia un appello al governo: il ministro Giuli batta un colpo. Venga immediatamente in Parlamento a riferire e a spiegare come intende rispondere a questa provocazione assurda e quali misure concrete adotterà per evitare che l’Italia venga esclusa dai grandi circuiti internazionali di produzione. Servono interventi urgenti, credibili e coerenti – conclude la deputata dem – per difendere il nostro cinema, attrarre investimenti esteri e garantire che l’Italia resti un punto di riferimento mondiale nel settore culturale e creativo. Alla sfida di Trump si risponde con politiche industriali, non con il silenzio”.