“Questa mattina a Venezia, in Piazza San Marco, è andata in scena una delle immagini più grottesche e inquietanti dell’Italia di oggi: la polizia che sgombera di peso una manifestazione pacifica e simbolica, organizzata da attiviste e attivisti di Extinction Rebellion per denunciare lo sfarzo paradossale del matrimonio di Jeff Bezos in una città simbolo della crisi climatica. Una manifestazione che non poneva alcuna minaccia all’ordine pubblico, ma che è stata repressa con un uso sproporzionato della forza”. Così Rachele Scarpa, deputata Pd, annuncia il deposito di un’interrogazione parlamentare per chiedere conto al Ministro dell’Interno di quanto avvenuto.
“Voglio sapere - sottolinea la parlamentare - perché si è deciso di impedire l’esercizio del diritto costituzionale alla libertà di espressione e di manifestazione. Voglio sapere se il Viminale ritiene normale e accettabile reprimere con la forza la critica politica nonviolenta, solo perché disturba un evento mondano frequentato da ultramiliardari. Questi sono gli effetti del Dl Sicurezza, che considerano il dissenso una minaccia da eliminare”. “Mentre a Venezia si celebrano nozze di lusso tra palazzi storici e yacht miliardari, cresce nel mondo una disuguaglianza intollerabile, che minaccia la democrazia e distrugge il pianeta. Chi lo denuncia viene messo a tacere. Ma noi non ci stiamo. Il Parlamento ha il dovere di pretendere spiegazioni”, conclude Scarpa.
Con una prassi più che discutibile, il Viminale “risponde” con una dichiarazione alla stampa alla questione sollevata con l’interrogazione che ho presentato stamattina insieme a tante e tanti colleghi delle opposizioni sul rimpatrio di 5 cittadini egiziani direttamente da Tirana. Nell’interrogazione si chiedeva “quale sia la norma giuridica in base a cui il Ministro ha disposto l’avvenuto rimpatrio di cittadini egiziani dal CPR di Gjader direttamente verso l’Egitto, e se il Ministro abbia valutato, come ritengono gli interroganti, che tale operazione è avvenuta in contrasto con quanto previsto dalla Direttiva 115/CE/2008 in materia di rimpatri”.
Il Viminale replica sostenendo la legittimità del rimpatrio in questione alla luce delle intese tra Italia Albania, probabilmente facendo riferimento alla parte del protocollo in cui si enuncia “nel caso in cui venga meno per qualsiasi causa, il titolo di permanenza nelle strutture, la parte italiana trasferisce immediatamente i migranti fuori dal territorio albanese”: un’espressione che risulta vaga, priva del requisito della determinatezza che dovrebbe avere la norma e che non può essere interpretata nel senso di un allontanamento verso il paese di origine. Inoltre il Viminale omette completamente di rispondere alla seconda parte della domanda, la più importante: tutto questo - a partire dal Protocollo Italia-Albania stesso - è compatibile con le norme europee? Io credo di no.
Secondo la Direttiva rimpatri con la nozione di "allontanamento" si deve intendere infatti l'espulsione che può avvenire solamente dal territorio di uno Stato membro perché le garanzie previste dal diritto europeo devono valere in ogni fase della procedura di espulsione. L'espulsione dall'aeroporto di Tirana direttamente verso l'Egitto è avvenuta altresì in violazione dell'articolo 13 della Costituzione perché il pieno controllo di legittimità sull'allontanamento dal territorio nazionale può ritenersi tale solo se l'intero processo avviene nel territorio in cui sussiste la giurisdizione italiana. Le operazioni di polizia condotte fuori dal centro di Gjader in territorio albanese nei confronti delle persone trasportate (trasporto, imbarco etc.) sono però prive di controllo giurisdizionale e avvengono dunque senza alcuna copertura normativa. Il Governo Meloni continua a far “funzionare” il centro albanese a suon di omissioni, illegittimità, sprechi, tentativi su tentativi in spregio delle norme comunitarie. Vogliono fare come Trump, ormai è evidente, e lo vogliono fare portandoci fuori dai confini giuridici dell’Unione Europa. Non glielo permetteremo.
Così la deputata del Pd Rachele Scarpa.
Apprendo con estrema preoccupazione che il 9 maggio scorso alcune persone di nazionalità egiziana, trattenute nel CPR di Gjadër in Albania, sarebbero state rimpatriate direttamente da Tirana al Cairo, senza mai transitare dall’Italia. Un’operazione che, se confermata, rappresenterebbe non solo un grave precedente, ma una vera e propria violazione della Direttiva europea in materia di rimpatrio, delle garanzie procedurali, del diritto a un ricorso effettivo e del principio di non-refoulement.
Ho immediatamente depositato un’interrogazione parlamentare per chiedere al Ministro dell’Interno su quale base giuridica sia stato disposto questo rimpatrio forzato, avvenuto da uno Stato extra-UE come l’Albania, con modalità che sembrano più simili a una consegna arbitraria che a un’operazione condotta nel rispetto del diritto. La domanda è semplice: sotto quale giurisdizione si trovavano quelle persone, quando sono state accompagnate in aeroporto per essere rimpatriate coattivamente?
Non è la prima volta che denunciamo le gravi criticità dell’accordo Italia-Albania, ma stavolta siamo davanti a un salto di livello che conferma come l'intera operazione propagandistica del Governo Meloni si muova continuamente in una zona grigia giuridica e politica, dove il diritto sembra sospeso e il controllo democratico azzerato. E intanto continuano a fioccare centinaia di milioni di euro di denaro pubblico per finanziare un’operazione fallimentare, inefficace e potenzialmente illegittima sotto diversi punti di vista. Serve trasparenza, serve responsabilità politica e serve subito uno stop a queste derive. Il Parlamento e l'opinione pubblica non possono essere tenuti all’oscuro da rimpatri coatti effettuati in sordina. Il Governo deve rispondere, e deve farlo ora.
Così la deputata del Pd Rachele Scarpa.
"Oggi è la Giornata Mondiale del Rifugiato. Non possiamo limitarci alle dichiarazioni di rito. Non possiamo celebrare chi fugge se poi lo respingiamo, lo rinchiudiamo, lo lasciamo morire. Questa mattina ho partecipato all’iniziativa organizzata a Roma da Refugees in Lybia, per chiedere l’immediato stop al Memorandum Italia-Libia. Un patto che ha consentito per anni respingimenti illegittimi, violenze sistematiche, torture e stupri nei centri di detenzione libici, come confermato da numerosi e autorevoli rapporti internazionali.
Dobbiamo prenderci la responsabilità di rimediare al danno immenso fatto nel 2017 con la sottoscrizione di questo memorandum. Non possiamo accettare che il nostro paese fornisca mezzi e formazione alla cosiddetta “guardia costiera libica”, foraggiando un sistema che produce sofferenza e morte. Non possiamo più accettare che i confini siano luoghi dove la legge non vale e la dignità si annulla.
I dati globali sono drammatici: 123 milioni di persone costrette ad abbandonare la propria casa, a causa di guerre, persecuzioni, violenze, catastrofi ambientali. Ma invece di costruire accoglienza e protezione, continuiamo a costruire muri" .
"Le politiche italiane, europee e d'oltre Oceano non rispondono più ai principi della solidarietà e dei diritti, ma a una logica securitaria che alimenta solo marginalità, detenzione e morte. A Gaza, in Sudan, nella Repubblica Democratica del Congo e in tante altre parti del mondo si scappa per sopravvivere. E chi scappa verso di noi trova confini chiusi, accordi con Paesi terzi per esternalizzare le responsabilità, CPR in Italia e persino in Albania, respingimenti nel deserto tunisino. È inaccettabile.
Servono vie sicure, corridoi umanitari, regolarizzazione per chi è già nel nostro Paese, aumentare la sorveglianza per salvare vite nel Mar Mediterraneo, investire nell’accesso ai servizi, dare protezione per chi fugge da persecuzioni o disastri. Servono politiche che mettano al centro la vita, non il respingimento. In questa giornata non basta ricordare: bisogna scegliere da che parte stare. E io, oggi come ogni giorno, sto dalla parte di chi lotta per essere accolto come persona e non come problema."
Così Rachele Scarpa, deputata del Partito Democratico.
Il sistema Cpr negli ultimi vent’anni è degenerato e oggi la detenzione amministrativa rappresenta in tutta la sua violenza e la sua assurdità la criminalizzazione nel segno del panpenalismo della condizione di irregolarità delle persone straniere, rendendo questa condizione una vera e propria colpa da espiare, in un paese che però non dà alcuno strumento per regolarizzare la propria situazione. Le condizioni di trattenimento nei Cpr sono disumane, con ancora meno garanzie di quelle che troviamo nelle carceri italiane, ed è solo per ragioni di propaganda che il governo italiano sceglie di investire in questo “modello”, addirittura provando ad esportarlo in Albania. Su questo fronte c’è solo una risposta possibile: chiudere i Cpr e investire sul superamento della Legge Bossi Fini, che crea irregolarità e alimenta alla radice questo sistema perverso.
Così la deputata del Pd Rachele Scarpa, intervenendo all'incontro "Giustizia secondo Costituzione", un evento promosso dal Partito democratico per riflettere sullo stato della giustizia in Italia a partire dai principi fondanti della nostra Carta costituzionale.
«L’assalto armato delle forze israeliane alla nave Madleen della Freedom Flotilla, che trasportava aiuti umanitari diretti a Gaza, e il sequestro del suo equipaggio sono un fatto gravissimo e inaccettabile. A bordo c’erano attivisti disarmati, giornalisti, rappresentanti istituzionali, tra cui l’europarlamentare Rima Hassan e l’attivista Greta Thunberg. Persone che portavano solo viveri, non armi» dichiara Rachele Scarpa, deputata del Partito Democratico.
«Chiedo che l’Italia e l’Unione Europea intervengano con urgenza per ottenere l’immediata liberazione dell’equipaggio e garantire l’ingresso massiccio e la distribuzione ordinata degli aiuti umanitari a Gaza. Ostacolare l’arrivo di cibo e medicine a una popolazione stremata significa aggravare una situazione già disumana. Bloccare gli aiuti è un crimine, non è mai una misura di sicurezza» conclude Scarpa.
“Ad oggi, per fare solo richiesta della cittadinanza italiana, sono necessari dieci anni di residenza continuativa e legale nel nostro Paese. Ma a questi si aggiungono poi anni di burocrazia, attese e intese, portando il tempo complessivo a 15, 18, a volte anche 20 anni. È un’attesa lunghissima, una vera e propria umiliazione e sofferenza per persone che spesso sono nate, cresciute, studiano e lavorano in Italia”. Lo denuncia la deputata dem Rachele Scarpa, responsabile nazionale Giovani del Pd.
“Proponiamo - conclude Scarpa - di portare gli anni richiesti per poter presentare la domanda di cittadinanza da 10 a 5, mantenendo invariati tutti gli altri criteri previsti dalla legge. Questo semplice cambiamento ridurrà sensibilmente i tempi e restituirà dignità a migliaia di persone che vivono ogni giorno come italiane, pur senza esserlo formalmente. Per noi è solo una ‘X’ sulla scheda. Per loro è un cambiamento radicale nella vita. L’8 e il 9 giugno andiamo a votare e votiamo cinque SÌ a in particolare votiamo Sì al quinto quesito sulla cittadinanza”.
«In queste ore, fuori da Montecitorio, cittadine e cittadini presidiano giorno e notte con una richiesta semplice e legittima: il governo italiano interrompa ogni collaborazione militare con Israele e faccia la sua parte per fermare il massacro in corso a Gaza. A loro va il mio pieno sostegno. Così la deputata dem Rachele Scarpa.
"Il presidio - aggiunge l'esponente Pd - andrà avanti fino all’8 giugno. Una data cruciale: se il governo non interviene, quel giorno si rinnoverà automaticamente il memorandum bilaterale sulla cooperazione militare e nella difesa, firmato nel 2005 tra l’Italia e Israele. Lasciare che questo memorandum si rinnovi tacitamente mentre a Gaza si affamano i civili, si bombardano i campi profughi e si violano sistematicamente i diritti umani, è una scelta scellerata. E ci rende complici. Dieci giuristi hanno già sollevato due possibili profili di incostituzionalità dell’accordo: il primo riguarda le violazioni gravi e sistematiche del diritto internazionale umanitario da parte dello Stato di Israele; il secondo, il mancato rispetto del diritto all’informazione dei cittadini italiani, che ignorano i costi e le conseguenze di questa cooperazione, spesso coperti da segreto militare".
"La vendita di armi a Israele - conclude Scarpa - deve essere sospesa. Va fermato il memorandum. Va congelato l’accordo di associazione UE-Israele. Vanno imposte sanzioni al governo Netanyahu, che sta guidando un’operazione criminale. E va riconosciuto lo Stato di Palestina. Il 7 giugno saremo in piazza, con chi rifiuta di girarsi dall’altra parte. Con chi chiede che l’Italia stia dalla parte del diritto. Non vogliamo essere complici di un crimine di guerra.
"Accolgo con soddisfazione il parere favorevole all’ordine del giorno che ho presentato al dl Pnrr e per l'avvio dell'anno scolastico 2025/2026, volto a sollecitare l’adozione del decreto ministeriale necessario per dare piena attuazione al servizio di sostegno psicologico nelle scuole. È un passaggio importante, ma ora è il momento di passare dalle parole ai fatti". Così la deputata dem Rachele Scarpa, responsabile Giovani e Salute del Pd, prima firmataria della proposta di legge “Chiedimi come sto” per l’istituzione del supporto psicologico a scuola.
"La salute mentale dei giovani - ha aggiunto l'esponente dem - è una priorità che non può più essere rinviata. L’accesso al supporto psicologico rimane ancora oggetto di stigma e soprattutto è ancora legato alla disponibilità economica di ciascuna famiglia. Solo con una vera e sistematica azione di prevenzione, a partire dai luoghi più frequentati dalla comunità studentesca e giovanile, possiamo cambiare le cose. Abbiamo già uno stanziamento previsto, 10 milioni per il 2025 e 18,5 milioni annui dal 2026, ma senza il decreto attuativo, tutto resta fermo. La sperimentazione non resti sulla carta, ma parta presto, in modo efficace, e diventi una misura strutturale e permanente".
"Questa iniziativa – conclude Scarpa – non riguarda solo gli studenti, ma anche i docenti e la comunità educante tutta, spesso in prima linea nel gestire situazioni complesse. Dobbiamo garantire loro un supporto adeguato e creare finalmente una cultura della prevenzione, della promozione del benessere psicologico e dell’ascolto all’interno della scuola italiana".
“Con quale faccia Antonio Tajani, oggi da vicepremier, si presenta ai giovani parlando di impegno e futuro, mentre il suo partito e il governo di cui fa parte scoraggiano apertamente la partecipazione democratica, a partire proprio dal voto? Sul referendum il governo scappa perché ha paura. Meloni, Tajani e Salvini continuano a non dire una parola su un appuntamento che riguarda diritti fondamentali proprio per le nuove generazioni. Vogliono davvero che i cittadini non partecipino, non votino, non si esprimano? È così che intendono il confronto democratico: un fastidio da evitare? E mentre Tajani si presenta ai giovani, la Lega gli impone un delirio antidissenso che mira a zittire ogni voce critica. È un messaggio ipocrita e pericoloso: parlare di valori mentre si manda il messaggio che la democrazia partecipata deve stare a cuccia. Chi governa non può sottrarsi. Deve spiegare da che parte sta. E deve farlo ora”. Così la deputata democratica Rachele Scarpa, responsabile Giovani e Salute del Partito Democratico.
“Durante l’informativa alla Camera, ancora una volta, il ministro Tajani ha scelto la via dell’inazione, confermando l’inerzia politica e diplomatica del governo Meloni di fronte alla gravissima crisi umanitaria in corso a Gaza”. Così la deputata dem Rachele Scarpa, che accusa l’esecutivo di non aver assunto alcuna posizione concreta a fronte delle continue violazioni del diritto internazionale da parte del governo israeliano.
“Abbiamo ascoltato tante parole – prosegue l’esponente Pd - ma nessuna proposta vera. Tajani non ha nemmeno avuto il coraggio di nominare il primo ministro israeliano Netanyahu, nonostante le gravissime responsabilità nel blocco degli aiuti umanitari e nella gestione disumana della distribuzione. Si è limitato a citare l'iniziativa ‘Food for Gaza’, con cui l’Italia ha fatto entrare appena 110 tonnellate di cibo, mentre Israele ha bloccato per 80 giorni 116.000 tonnellate di aiuti. Una cifra che dà la misura della sproporzione e dell’inadeguatezza dell’azione italiana.”
“Inoltre – conclude Scarpa - gli aiuti entrati sono stati gestiti da contractor militari israeliani, causando il caos nella distribuzione e portando a episodi di violenza contro la popolazione palestinese. Uomini e donne ammassati in recinti metallici, trattati come bestiame, e addirittura bersaglio di spari. È una vergogna che contraddice ogni principio umanitario. Alla vigilia della manifestazione del 7 giugno, chiediamo che l’Italia si schieri apertamente con i partner europei che invocano quantomeno una revisione dell'accordo di associazione tra Unione Europea e Israele.
Non possiamo restare inerti: serve un’azione diplomatica decisa, all’altezza della tradizione umanitaria e democratica del nostro Paese”.
“Provo vergogna di fronte all’inadeguatezza dell’informativa del Ministro Tajani, stamattina, sulla situazione a Gaza. Mancava completamente la politica: abbiamo ascoltato per lunghi minuti un’apologia dell’operato umanitario - assolutamente irrilevante, in proporzione alla crisi che continua anche in questo momento - del governo italiano, senza che mai fosse nemmeno nominato Netanyahu, come se questa situazione fosse generata da una carestia naturale e non dall’operato comunale del governo israeliano. E siamo stati pure costretti a vedere il Ministro Tajani ridacchiare durante gli interventi delle opposizioni che lo richiamavano a fare pressione sul governo di Israele nel rispetto della grande tradizione diplomatica del nostro Paese. Oggi pesano soprattutto le parole che Tajani non ha detto, e le scelte che il governo italiano non ha fatto e continua a non fare. Nulla, nelle parole del Ministro, oltre all’evocazione retorica di un discorso spoglio di qualsiasi iniziativa politica, garanzia e capacità di azione. Come ha ricordato nel suo intervento il collega Provenzano, l’unica operazione umanitaria possibile ora è fermare Netanyahu, e nelle parole pavide di Tajani mancava completamente la volontà politica di agire per non irritare l’alleato Netanyahu” così la deputata democratica, Rachele Scarpa.
La deputata democratica Rachele Scarpa è intervenuta in Aula alla Camera durante la discussione generale sul decreto Sicurezza, denunciando l’approccio repressivo del provvedimento e citando le parole di Papa Francesco, pronunciate nel discorso rivolto alla Delegazione dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale: “Negli ultimi decenni – sono le parole di Francesco lette da Scarpa – si è diffusa la convinzione che attraverso la pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali, come se per le più diverse malattie ci venisse raccomandata la medesima medicina. Non si tratta di fiducia in qualche funzione sociale tradizionalmente attribuita alla pena pubblica, quanto piuttosto della credenza che mediante tale pena si possano ottenere quei benefici che richiederebbero l’implementazione di un altro tipo di politica sociale, economica e di inclusione sociale. Non si cercano soltanto capri espiatori che paghino con la loro libertà e con la loro vita per tutti i mali sociali, come era tipico nelle società primitive, ma oltre a ciò talvolta c’è la tendenza a costruire deliberatamente dei nemici: figure stereotipate, che concentrano in sé stesse tutte le caratteristiche che la società percepisce o interpreta come minacciose. I meccanismi di formazione di queste immagini sono i medesimi che, a suo tempo, permisero l’espansione delle idee razziste. Ed è in questo contesto che la missione dei giuristi non può che essere quella di limitare, contenere tali tendenze.” Scarpa ha quindi ribadito che “moltiplicare reati e aggravanti non produce più sicurezza, ma solo più carcere, più esclusione, più repressione”, sottolineando come il decreto rappresenti una “pericolosa deriva punitiva, lontana da qualsiasi visione inclusiva e costituzionalmente orientata e che non ha nulla a che fare con la sicurezza”.
«Con la sentenza di oggi la Corte costituzionale ha finalmente rimosso un ostacolo ingiustificato al riconoscimento della genitorialità. È una decisione giusta, attesa da tempo, che restituisce dignità e diritti non solo alle madri intenzionali, ma soprattutto ai bambini e alle bambine nati grazie alla procreazione medicalmente assistita» – così l’on. Rachele Scarpa, deputata del Partito Democratico, commenta la decisione della Consulta sull’incostituzionalità del divieto per la madre intenzionale di riconoscere come proprio il figlio nato in Italia da PMA praticata all’estero.
«Questa sentenza mette al centro l’interesse del minore e afferma con chiarezza un principio fondamentale: chi si assume la responsabilità di generare un figlio attraverso un percorso consapevole, non può essere escluso dal suo riconoscimento giuridico. Lo Stato deve garantire protezione e stabilità, non ostacolarle» conclude Scarpa.
«Che la Regione Calabria si sia costituita parte civile per sbaglio nel processo per la strage di Cutro è difficile da credere. Che poi si sia corretta nel giro di poche ore, subito dopo le critiche del Ministro Salvini – che è peraltro parte interessata nel procedimento – è quantomeno sospetto. Sembra più una svista di convenienza che un errore tecnico» – così Rachele Scarpa, deputata del Partito Democratico, annuncia il deposito di un’interrogazione parlamentare ai Ministri delle Infrastrutture e dei Rapporti con il Parlamento.
Il 26 febbraio 2023, al largo di Steccato di Cutro, morirono almeno 94 persone, tra cui molti minori. In queste settimane è in corso l’udienza preliminare per accertare eventuali responsabilità istituzionali nei ritardi nei soccorsi. Il 12 maggio, la Regione Calabria aveva presentato richiesta di costituzione di parte civile, salvo poi ritirarla nel giro di un pomeriggio, giustificandosi con un errore materiale, precisando che si voleva procedere solo contro gli scafisti e non contro le forze dell’ordine.
«Un cambio di rotta così repentino – osserva Scarpa – fa quantomeno sorridere, se non fosse che stiamo parlando di una tragedia e di un processo che riguarda anche figure dello Stato. Secondo il sindacato autonomo della Marina, l’intervento del Ministro Salvini sarebbe stato “determinante” per far fare marcia indietro alla Giunta regionale. È una dichiarazione che non può passare inosservata.»
«Ho depositato un’interrogazione – prosegue – perché vogliamo sapere se ci sono state pressioni politiche, e quale sia stato il ruolo reale del Governo in questa vicenda. Le istituzioni locali devono poter esercitare le loro prerogative senza condizionamenti, specie quando si parla di accertare le responsabilità dello Stato in una strage che ha segnato il nostro Paese.»
«La giustizia deve poter fare il suo corso in piena autonomia. Se anche la parte civile comincia a ritirarsi, a processo ancora in corso, c’è qualcosa che non va».