“Negare il voto ai fuori sede al referendum di marzo è una scelta politica incomprensibile e senza alcuna giustificazione tecnica. Alle elezioni europee del 2024 e alla precedente consultazione referendaria il voto ai fuori sede è stato consentito. In tutte le democrazie avanzate chi si trova temporaneamente lontano da casa, per ragioni di studio, lavoro o salute, può esercitare il diritto di voto”. Lo afferma Marianna Madia, deputata del Partito Democratico e prima firmataria, insieme al senatore dem Marco Meloni, della proposta di legge “Voto dove vivo”, commentando la decisione della maggioranza di non consentire il voto a chi studia, lavora o si cura lontano dal comune di residenza al prossimo referendum sulla Giustizia.
“La scelta del governo - aggiunge l’esponente dem - colpisce proprio quell’astensionismo involontario di cui tutti dicono di voler farsi carico: persone che vorrebbero votare ma che, per distanze e costi, non possono farlo. Non esistono motivi tecnici: la scheda referendaria è identica in tutta Italia e non ci sono neppure ragioni economiche. È difficile trovare spiegazioni comprensibili a questo stop, se non una decisione politica che rischia di allontanare ulteriormente i cittadini dalle istituzioni”.
«A perderci – conclude Madia – sono le istituzioni e la politica nel suo complesso. Consentire il voto ai fuori sede è stato un impegno assunto trasversalmente, anche con molte associazioni. Non mantenere quella promessa, senza motivi oggettivi, rappresenta un grave fallimento della politica”.
Si sono conclusi presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati i lavori dell’incontro “Adeguati assetti 231 in ambito agroalimentare: obblighi, responsabilità, best practices e proposte di riforma normativa”, promosso e organizzato dall’on. Nicola Carè, dedicato al confronto sui profili di responsabilità delle imprese agroalimentari e sull’evoluzione del sistema di prevenzione dei reati previsto dal D.Lgs. 231/2001.Nel corso dei lavori è stato sottolineato come il rafforzamento dei modelli organizzativi e dei sistemi di controllo interno rappresenti oggi un elemento centrale per la prevenzione del rischio penale e reputazionale, oltre che per la tutela della sicurezza alimentare e della competitività delle imprese italiane. Alessandra Griffa ha evidenziato i collegamenti tra la riforma dei reati agroalimentari e la responsabilità 231, richiamando la necessità di aggiornare i modelli organizzativi per affrontare nuove fattispecie di reato e standard di controllo più evoluti. Stefano Buonocore ha rimarcato la centralità della prevenzione attraverso procedure operative, tracciabilità delle filiere, sistemi di audit e formazione del personale. Nicola Menardo si è soffermato sul ruolo strategico dell’Organismo di Vigilanza, chiamato a garantire effettività e continuità dei controlli interni e un dialogo costante con governance e management. Andrea Milani ha sottolineato l’esigenza di semplificazione applicativa per rendere i modelli 231 sostenibili anche per le piccole e medie imprese. Jacopo Perina ha richiamato l’importanza di un approccio integrato tra compliance, sostenibilità e reputazione aziendale, elementi ormai determinanti per la competitività sui mercati internazionali. Il coordinatore del Tavolo, Alessandro Parrotta, ha ricordato come l’agroalimentare rappresenti un asset strategico dell’economia nazionale e come la tutela della qualità e della sicurezza dei prodotti passi anche attraverso sistemi di governance moderni ed efficaci. In chiusura, Carè e Parrotta hanno ribadito l’importanza di proseguire il dialogo tra istituzioni, professionisti e imprese per favorire un’evoluzione normativa capace di coniugare rigore nella prevenzione dei reati, semplificazione applicativa e tutela della competitività delle aziende italiane.
“Per l’ennesima volta il governo dimostra la sua totale insensibilità verso il lavoro e l’industria del Mezzogiorno. La chiusura unilaterale dello stabilimento Cargill di Giammoro in provincia di Messina, presidio storico che garantiva occupazione qualificata a decine di lavoratori e all’indotto locale, viene accompagnata dall’inerzia delle istituzioni, senza alcuna strategia né piano di tutela occupazionale. Chi paga il prezzo più alto sono le famiglie e le competenze della Sicilia industriale”: è quanto dichiara la deputata Pd Maria Stefania Marino sul suo ordine del giorno alla Legge Pmi respinto oggi, giovedì 5 febbraio, dall’Aula di Montecitorio. L’atto avrebbe impegnato l’esecutivo ad attivare subito un tavolo istituzionale con parti sociali, Regione e enti locali per tutelare i lavoratori di Cargill, ad utilizzare strumenti di politica industriale per salvaguardare presìdi produttivi strategici nel Mezzogiorno, a promuovere percorsi di reindustrializzazione in caso di chiusura, coinvolgendo imprese e investitori ed a rafforzare le misure contro delocalizzazioni e chiusure unilaterali,
“È inaccettabile che governo e Regione Siciliana non attivino strumenti concreti per salvare il sito: nessun tavolo istituzionale, nessun piano di reindustrializzazione, nessuna politica industriale reale. La multinazionale continua a investire altrove mentre i lavoratori restano soli. Noi continueremo a batterci affinché lo Stato torni a fare il suo dovere, difendendo il lavoro e contrastando delocalizzazioni e chiusure unilaterali”: conclude.
“Il respingimento del nostro ordine del giorno sulla crisi dello stabilimento Beko di Siena lascia aperti interrogativi seri sull’effettiva volontà del governo di affrontare fino in fondo una vertenza industriale che ha già prodotto conseguenze pesantissime. A fronte di circa 300 addetti iniziali, sono già circa 140 i lavoratori che hanno perso il posto, in un contesto segnato da incertezza prolungata e dall’assenza di un piano industriale chiaro e credibile per il futuro del sito”: è quanto dichiara il segretario Dem e deputato Pd Emiliano Fossi sul suo atto alla Legge Pmi respinto oggi, giovedì 5 febbraio, dall’Aula di Montecitorio.
“La provincia di Siena è tra i territori maggiormente colpiti dalla crisi occupazionale e industriale e avrebbe bisogno di un impegno forte e diretto dello Stato. Invece ancora una volta ed anche per il futuro dello stabilimento ex Beko, il governo ha scelto di non assumere impegni vincolanti, lasciando che il peso della gestione della crisi ricada in larga parte sulla Regione Toscana e sul Comune di Siena. Senza un coinvolgimento concreto del governo, con garanzie su investimenti, tempi e livelli occupazionali, il rischio è che il percorso di reindustrializzazione resti incerto, mentre lavoratori e territorio continuano ad attendere risposte”: conclude.
"Da oggi il rischio nucleare è più vicino. Con la scadenza del trattato New Start tra Usa e Russia e senza impegni dalle parti a proseguire la collaborazione sulle armi nucleari, si apre un nuovo fronte di preoccupazione sulla stabilità del mondo intero. New Start aveva fissato un tetto massimo di armi che Usa e Russia, i paesi con il più grande arsenale nucleare, potevano avere. Gli stati che non hanno armi nucleari si erano impegnati a non acquisirne se Usa e Russia si fossero a loro volta impegnate a ridurre la loro dotazione. Scaduto il contratto, tutti gli accordi cadono. Questo può aprire a una pericolosissima corsa al riarmo nucleare, in uno scenario internazionale in cui non sembrano valere più le regole condivise, il diritto internazionale, gli accordi multilaterali, ma solo l’uso della forza.
La comunità internazionale deve seguire le sorti del trattato e fare uno sforzo perché questo venga rinnovato fissando dei parametri certi che impediscano un'escalation nucleare che sarebbe il presupposto per l'estinzione dell'umanità". Lo dichiara Laura Boldrini, deputata Pd e Coordinatrice dell'Intergruppo della Camera per il disarmo nucleare.
“Questo Governo aveva promesso sicurezza dappertutto, ma è stato un fallimento anche su questo: dopo tutti i decreti e l’introduzione di 28 nuovi reati, è evidente che la logica repressiva non aiuta realmente le città e la cittadinanza”.
Così Chiara Gribaudo, vicepresidente del Partito Democratico, in diretta su Sky Start questa mattina.
“La serietà dell’opposizione è stata quella di rendersi disponibile, ma abbiamo visto che era un bluff con il comizio del ministro Piantedosi. Come opposizioni unite abbiamo presentato una risoluzione unitaria ma il Governo non ha voluto ascoltarci - ha proseguito la deputata dem - Sono interessati solo a inserire nuovi reati, affrontando il tema della sicurezza in chiave propagandistica ed emergenziale, e non a risolvere i veri problemi: lo scorrimento delle graduatorie per le forze dell’ordine, nuovo personale, pagare meglio chi è esposto a rischi”.“La manifestazione di Torino è un fallimento del ministro degli Interni, perché non è stata garantita la sicurezza non solo per la cittadinanza ma anche per gli agenti: qualcosa non ha funzionato ma Piantedosi non ha spiegato che cosa. Come è possibile che non sia stata prevista, prevenuta e contenuta la presenza di chi arrivava da fuori con quelle intenzioni? Quanto è costato? Hanno militarizzato Vanchiglia per ottenere questo? Sono queste le domande a cui Piantedosi deve rispondere” ha concluso Gribaudo.
"La sicurezza dei giovani passa anche attraverso ciò che accade sui social network, che oggi rappresentano l’ambiente in cui ragazze e ragazzi si incontrano, si informano, costruiscono relazioni e interpretano ciò che accade nella società".
Con queste parole la deputata democratica Marianna Madia, prima firmataria della proposta di legge bipartisan presentata alla Camera e al Senato sulla regolazione della presenza digitale dei giovani, interviene alla vigilia del Consiglio dei Ministri che, secondo quanto si apprende, approverà oggi sia un decreto sia un disegno di legge in materia di sicurezza, che saranno poi discussi rispettivamente al Senato e alla Camera.
"Per questo motivo – prosegue Madia – se il Governo non presenterà all’interno di questi provvedimenti una norma concreta sulla presenza digitale dei giovani, annunciamo fin da ora la presentazione di un emendamento sia al decreto sia al disegno di legge, che ricalcherà esattamente il contenuto della proposta bipartisan Madia/Mennuni, arrivata in Senato a un passo dall’approvazione prima dello stop voluto da Giorgia Meloni. Una proposta firmata anche da autorevoli esponenti della Lega e frutto di un lungo confronto con la Commissione europea".
"Arrivati a questo punto – sottolinea la deputata – tutti i partiti dovranno prendersi le proprie responsabilità. Stiamo assistendo a un balletto inqualificabile da parte della maggioranza: annunci di nuove proposte identiche a quelle già sottoscritte e discusse, improvvise frenate che, da comunicati mai smentiti, arrivano direttamente dalla Presidente del Consiglio".
"Intanto negli altri Paesi le leggi vengono approvate, mentre noi, che grazie a un lavoro serio e trasversale della Commissione Infanzia e Adolescenza eravamo arrivati primi, rischiamo di trovarci ultimi. Alla maggioranza dico: invece di presentare tanti testi uguali, fatene approvare uno".
"I nostri emendamenti – conclude Madia – saranno il vero banco di prova. Chiederemo la massima convergenza, perché sarà lì che si vedrà quali partiti intendono davvero rispettare gli impegni presi e affrontare un tema estremamente delicato, già oggetto di regolamentazione in tutta Europa. L’Italia rischia di arrivare per ultima: sarebbe una grave responsabilità della maggioranza e del Governo Meloni, oltre a una grande occasione persa per il Paese".
Lo dichiara Marianna Madia, deputata del Partito Democratico e prima firmataria della proposta di legge bipartisan sulla regolazione della presenza digitale dei giovani sulle piattaforme social.
De Luca e Graziano presentano interrogazione. “Vogliamo vedere i curricula, legge parla chiaro: possono essere nominati solo esperti di chiara fama nella gestione del patrimonio culturale”
“Quanto accaduto alla Reggia di Caserta è estremamente grave e rappresenta l’ennesima conferma di una strategia che il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, sta portando avanti su tutto il territorio nazionale: la politicizzazione di istituzioni che dovrebbero, per loro natura e per legge, rimanere fuori da ogni logica di parte”.
Lo dichiarano i deputati del Partito Democratico Piero De Luca e Stefano Graziano, che già nella giornata di ieri hanno sollevato il caso.
“I musei e gli istituti culturali dello Stato – proseguono – non sono proprietà dei partiti politici né strumenti di propaganda. Sono luoghi che devono operare esclusivamente nell’interesse pubblico, con l’obiettivo della tutela, della salvaguardia e della valorizzazione del patrimonio culturale, agendo con piena autonomia e con la massima neutralità di giudizio”.
“Per queste ragioni – annunciano De Luca e Graziano – presenteremo un’interrogazione parlamentare per conoscere nel dettaglio i curricula dei neo nominati componenti del Consiglio di Amministrazione della Reggia di Caserta che risultano espressione diretta di forze politiche, come nel caso del coordinatore cittadino di Fratelli d’Italia. Riteniamo doveroso verificare il pieno rispetto delle normative vigenti, che prevedono la nomina nei CDA di persone di chiara e comprovata fama nella gestione e nella tutela del patrimonio culturale. La vicenda assume contorni ancora più allarmanti – aggiungono – se si considera che la Reggia di Caserta è un bene patrimonio dell’umanità UNESCO. I protocolli di gestione UNESCO sono estremamente rigidi e impongono una assoluta neutralità gestionale. Le decisioni assunte dal Ministro Giuli potrebbero esporre il nostro Paese a rilievi e persino a una procedura di infrazione in sede UNESCO, con un danno gravissimo per l’immagine e la credibilità dell’Italia. Quello messo in campo dal Ministro – concludono De Luca e Graziano – è un atto politicamente e istituzionalmente irresponsabile. Il patrimonio culturale italiano non può essere piegato a logiche di appartenenza politica: va tutelato, valorizzato e gestito nell’interesse esclusivo della collettività”. Così Piero De Luca e Stefano Graziano Deputati del Partito Democratico alla Camera.
Alla presenza del Presidente della Camera, Lorenzo Fontana, questa mattina alle ore 11.30 presso la Sala della Regina, Peppe Provenzano, Rosy Bindi e Giovanni Salvi presenteranno il libro di Miguel Gotor “L’omicidio di Piersanti Mattarella”. Coordina Fiorenza Sarzanini. Sarà presente l’autore.
“Il governo ha paura dell’esito del referendum e sta limitando il diritto di voto dei fuorisede”. Così, in Aula alla Camera, il deputato democratico Federico Fornaro è intervenuto per motivare il voto contrario del PD al decreto referendum. “Negare il voto ai fuori sede è una decisione gravemente antidemocratica. Il decreto referendum esclude consapevolmente il voto dei fuori sede, nonostante questa modalità sia già stata sperimentata con successo alle elezioni europee e al referendum sul lavoro. Le motivazioni fornite dal Governo non reggono. Non esistono problemi tecnici: la questione riguarda esclusivamente le tempistiche. Ma i tempi li ha decisi il governo stesso, che ha scelto di accelerare la data del referendum senza tenere conto delle condizioni necessarie per garantire il voto ai fuori sede. Non è quindi un limite tecnico, ma una precisa responsabilità politica del Consiglio dei ministri, che ha deliberatamente impedito a studenti, lavoratori e persone fuori sede per motivi di salute di esercitare pienamente il proprio diritto costituzionale. La stessa logica si ripropone sul voto degli italiani all’estero, dove il dimezzamento dei fondi per le campagne informative rappresenta un ulteriore ostacolo alla partecipazione. Nel complesso, il governo sta nei fatti restringendo l’esercizio del diritto di voto per paura del giudizio degli elettori e del rischio di vedere bocciata l’unica riforma finora approvata. E’ una sconfitta della politica. Per queste ragioni il Partito Democratico ha espresso voto contrario al decreto referendum”.
“Da Musumeci abbiamo ascoltato una stanca relazione su fatti già noti. Purtroppo, nonostante le sue parole, resta il fatto che la Regione Sicilia, da lui governata fino a non molto tempo fa, è l’ultima nella graduatoria sui fondi non spesi per il dissesto idrogeologico, come messo in luce in più relazioni della Corte dei Conti. Per una prevenzione efficace occorre unire la pianificazione degli interventi di adattamento e mitigazione, che sono in carico alle Autorità di Distretto, e la loro attuazione, che spetta alle Regioni che non riescono a spendere le risorse. Bisogna accorciare la filiera dell’emergenza. Le Autorità di Distretto vanno trasformate anche in enti operativi”. Così in una nota il deputato del Partito Democratico, Roberto Morassut.
"Giù le mani dalla Reggia di Caserta. Un luogo simbolo dell’Italia, patrimonio dell’umanità UNESCO, non può essere svenduto agli interessi di partito". Così il deputato democratico casertano Stefano Graziano interviene in merito alla notizia della nomina del coordinatore cittadino di Fratelli d’Italia nel Consiglio di Amministrazione della Reggia di Caserta da parte del Ministro Giuli.
"Si tratta di una scelta scandalosa – prosegue Graziano – che conferma un uso sempre più irresponsabile del ruolo istituzionale da parte del Ministro, piegato alla logica della spartizione e del favore politico. La gestione e la tutela del nostro patrimonio culturale devono essere sottratte a ogni forma di lottizzazione e garantite da competenze, autonomia e visione, non da amichettismo e appartenenze di partito".
"La Reggia di Caserta appartiene ai cittadini, all’Italia e al mondo intero – conclude il deputato democratico – e non può diventare terreno di conquista per interessi di parte. Giù le mani dal patrimonio culturale".
Piero De Luca (Pd): Nominato nel Cda il coordinatore di Fdi di Caserta
“Serve un chiarimento politico immediato, ma anche un approfondimento amministrativo serio. Non è possibile che il ministro Giuli utilizzi i musei statali come strumenti di occupazione politica, piazzando amici ed esponenti di partito e politicizzando istituzioni che dovrebbero essere autonome e libere. La misura è colma, la lista é troppo lunga”.
Lo dichiara Piero De Luca, deputato e segretario regionale del Partito Democratico, commentando la pubblicazione del decreto di nomina dei componenti del Cda della Reggia di Caserta.
“Come emerge dal decreto di nomina, nel CDA della Reggia di Caserta figura il coordinatore di Fratelli d’Italia a Caserta. È una modalità di gestione imbarazzante e inaccettabile, soprattutto quando riguarda un luogo simbolo dello Stato e patrimonio culturale riconosciuto dall’UNESCO”.
“Non siamo di fronte a un caso isolato, é una pratica che si sta diffondendo su scala nazionale: Giuli si avvale della delega alla Cultura per fini politici e per sistemare dirigenti e amici di partito. Una deriva mai vista prima”.
“Il Ministro Giuli deve chiarire immediatamente: la Reggia di Caserta e il patrimonio culturale dello Stato non possono essere trasformati in strumenti di propaganda politica, ma sono beni pubblici che devono essere tutelati e gestiti nel rispetto dell’autonomia, della competenza e della trasparenza”.