"Questo governo non ha una strategia energetica per il Paese. Non l'ha mai avuta. Da settimane famiglie e imprese pagano il prezzo pieno della crisi, con benzina e gasolio oltre i due euro al litro e aumenti di oltre trenta centesimi dall'inizio del conflitto. Il Partito Democratico ha proposto il taglio delle accise un minuto dopo lo scoppio della guerra in Iran. Il governo ha preferito stare alla finestra. Ora arriva un decreto che scade fra venti giorni. Nel frattempo il petrolio continua a salire. Il 7 aprile si torna al punto di partenza, senza nessuno strumento strutturale per contenere i prezzi. Non è una politica energetica. È un intervento di emergenza arrivato in ritardo, pensato per durare lo stretto necessario. L'Italia arriva a questa crisi già in difficoltà: salari fermi, inflazione che erode il potere d'acquisto, crescita tra le più deboli d'Europa. Servono risposte di lungo periodo. Un governo che naviga a vista, subisce gli eventi e tampona i disastri non è un governo che governa. È un governo che improvvisa".
Lo dichiara Christian Di Sanzo, deputato del Partito Democratico e componente della
commissione Attività produttive.
Di fronte al caro carburanti, l’esecutivo tira fuori un taglio delle accise di 25 centesimi al litro per appena 20 giorni. Una misura fragile, che non affronta minimamente le difficoltà di famiglie e imprese: troppo poco e troppo tardi.
La verità è che l’Italia arrivava a questo passaggio già in affanno: salari fermi, pressione fiscale in aumento, crescita tra le più deboli d’Europa. E invece di intervenire con serietà e visione, ci mette una pezza, sperando che passi in fretta. È l’opposto di una strategia: è improvvisazione. Altro che risposte strutturali, come quelle proposte dal Pd e da Elly Schlein per la riduzione delle accise e gli investimenti nelle rinnovabili.
Un taglio che dura 20 giorni non è una politica economica: è uno spot elettorale a poche ore da un voto che evidentemente il governo teme più di quanto faccia intendere. E solo uno spot il Paese non può permetterselo.
Così in una nota Chiara Braga, capogruppo Pd alla Camera dei Deputati
“Mentre, dopo l’ordine di riequilibrio di Agcom, ci aspettiamo che Mediaset offra stesso spazio con stessa audience a personalità di analoga visibilità della Premier Meloni, nel vano tentativo di riequilibrare una programmazione totalmente schiacciata sul SI, osserviamo che persino lo spot di comunicazione istituzionale delle reti Mediaset somiglia moltissimo alla campagna per il SI. Il messaggio a caratteri cubitali recita “Si vota” richiamando proprio lo slogan dei comitati per il SI. I colori sono gli stessi della campagna per il SI. E c’è un appello al voto - “ogni voto conta” - rispetto alla comunicazione e illustrazione del voto. Anche in questo caso abbiamo inviato una segnalazione ad Agcom. Stiamo osservando una vera e propria regressione nella comunicazione politica delle reti private del Gruppo Mediaset della famiglia Berlusconi. Un ritorno ai tempi del far west televisivo con una violazione studiata e organizzata delle normative vigenti, cui la Presidente del Consiglio si presta. A proposito di terzietà, questa campagna ha fatto riemergere con prepotenza, accanto alla RAI di TELEMELONI, il tema del conflitto di interesse tra politica e media”. Così in una nota, i parlamentari dem componenti della Commissione di Vigilanza RAI.
"L'allarme lanciato dalle Regioni in Conferenza Stato-Regioni è inequivocabile: il trasporto pubblico locale e regionale rischia l'interruzione dei servizi per mancanza di risorse. La normativa è chiara — entro il 15 gennaio il Governo è tenuto a trasferire alle Regioni l'80% del Fondo nazionale TPL, pari a circa 4 miliardi di euro. Siamo a metà marzo e quel decreto non è ancora stato emanato. Un ritardo inaccettabile.
La situazione è aggravata dalla crisi energetica. Le associazioni di categoria AGENS, ANAV e ASSTRA hanno quantificato in oltre 30 milioni di euro al mese i maggiori costi che le aziende di trasporto stanno sostenendo dall'inizio dell'anno, con le quotazioni del gasolio in aumento di circa il 25% a causa della guerra voluta da Trump e Netanyahu. L'energia rappresenta già la seconda voce di costo del settore, con un'incidenza superiore al 15% della spesa complessiva: variazioni così marcate rischiano di compromettere la continuità stessa dei servizi.
È una contraddizione insostenibile: mentre il costo del trasporto privato sale e i cittadini avrebbero tutto l'interesse a spostarsi su mezzi pubblici, il Governo lascia le aziende di trasporto senza liquidità e senza risposte. Il trasporto pubblico locale non è una voce di bilancio negoziabile: è un diritto di mobilità, uno strumento di coesione sociale e una leva essenziale per la transizione ecologica.
Chiediamo al Governo di agire su due fronti in modo immediato: emanare il decreto di trasferimento dell'80% del Fondo TPL alle Regioni, come prescritto dalla legge; e raccogliere le proposte avanzate dalle associazioni di settore, a partire dall'estensione della riduzione dell'accisa sul gasolio commerciale a tutto il comparto del trasporto pubblico locale e dalla promozione in sede europea di un nuovo Temporary Framework per misure straordinarie a compensazione dei maggiori costi energetici. Non ci sono margini per ulteriori rinvii".
Lo dichiarano Antonio Misiani, senatore del Partito Democratico, responsabile Economia della segreteria nazionale, e Andrea Casu, deputato del Partito Democratico, vicepresidente della Commissione Trasporti della Camera dei Deputati.
"Oggi è l'ultimo giorno della campagna per il referendum costituzionale sulla giustizia. Come tanti sarò impegnato in diverse iniziative per sostenere le ragioni del No. La riforma su cui siamo chiamati ad esprimerci è prima di tutto inaccettabile nel metodo. Si è voluto mettere mano alla Costituzione, peraltro imponendo un testo al Parlamento senza che sia stato approvato nemmeno un emendamento, e si è riaperta una ferita nel Paese sui temi della giustizia, di cui proprio non c'era bisogno. E poi nel merito, dalla scelta del metodo evidentemente debolissimo del sorteggio, alla divisione delle magistrature con i due CSM, alla previsione di un nuovo organismo per le procedure disciplinari, dove cambia il rapporto numerico fra togari e laici. Sono convinto che tanti italiani capiranno che votando No si difende l' equilibrio dei poteri previsto nella nostra Costituzione e si creano le condizioni per interventi legislativi più equilibrati ed efficaci". Così Andrea De Maria, deputato PD.
“Dopo mesi di richieste da parte delle associazioni di categoria e del PD, il Governo interviene sul caro carburanti per il settore ittico. È un passo nella direzione giusta, ma tardivo e soprattutto insufficiente”.
Lo dichiarano i deputati Pd della Commissione Agricoltura.
“La situazione che sta colpendo il settore della pesca - aggiungono - è preoccupante. L’aumento dei prezzi del carburante, aggravato dall’instabilità geopolitica in Medio Oriente, sta mettendo a rischio la sostenibilità economica di molti operatori, in particolare delle flotte artigianali e costiere. Ma non si può continuare a scaricare tutto sulla geopolitica: questa crisi non nasce oggi ed è anche il risultato dell’assenza di una strategia nazionale capace di proteggere il settore. Servivano misure tempestive e strutturali, non interventi limitati e circoscritti nel tempo. Il credito d’imposta del 20% rischia di essere una misura più simbolica che realmente efficace. Le risorse stanziate – appena 10 milioni di euro per tre mesi – sono del tutto inadeguate rispetto all’impatto che l’aumento dei costi energetici ha avuto sulle imprese della pesca. Colpisce inoltre la scelta del Governo sulle priorità: mentre si destinano appena 10 milioni al sostegno diretto delle imprese ittiche, si prevedono 40 milioni per il rafforzamento della struttura amministrativa di AGEA nell’ambito del programma ‘Coltiva Italia’. Una sproporzione che solleva una questione politica chiara: si investe più sugli apparati che sull’economia reale. Non si tratta di mettere in discussione il ruolo delle strutture pubbliche, ma di riequilibrare le scelte: oggi le imprese chiedono liquidità, certezze e strumenti per continuare a lavorare, non interventi parziali e temporanei. Serve - concludono - un cambio di passo: risorse adeguate, interventi strutturali e una strategia energetica che metta davvero al centro i settori produttivi più esposti alla volatilità dei prezzi”.
“Il provvedimento varato dal Consiglio dei ministri arriva con un colpevole e sospetto ritardo. Non si comprende, infatti, perché un intervento di questo tipo non sia stato adottato fin dall’inizio dello shock petrolifero che sta colpendo duramente l’Italia, a seguito delle scelte irresponsabili dell’amministrazione Trump, più volte sostenuta e difesa da Giorgia Meloni.
Quelle varate oggi sono misure
tardive, probabilmente dettate più da esigenze di consenso che da una reale volontà di tutelare cittadini e imprese. Il tempismo, a ridosso delle elezioni di domenica e lunedì, solleva più di un dubbio sulla natura di questa decisione.
Per settimane il Governo ha lasciato che gli italiani pagassero il prezzo di questa crisi senza intervenire in modo adeguato. Oggi, invece, si tenta di intestarsi una mossa che appare più come una cinica operazione elettorale degna di altri tempi che una risposta concreta ed efficace alle difficoltà del Paese”. Lo dichiara Vinicio Peluffo, vicepresidente della Commissione Attività produttive della Camera.
"A Piazza del Popolo migliaia di persone, nonostante la giornata lavorativa, che vogliono difendere la Costituzione. Sindaci, associazioni, sindacati, parlamentari, semplici cittadine e cittadini sono qui per ribadire le ragioni del NO al referendum del 22 e 23 marzo.
Questa riforma della magistratura non risolve i problemi che la giustizia ha. Serve solo a smembrare il Csm e a indebolire la magistratura rendendo i giudici assoggettabili al volere del governo. Lo hanno detto ministri, sottosegretari, capi di gabinetto in decine di interventi che non sono gaffe: sono momenti di sincerità.
Questo governo vuole pieni poteri senza dover rispondere davanti alla legge, ma questo non è quello che accade in democrazia.
Il 22 e il 23 marzo votiamo NO". Lo dichiara Laura Boldrini deputata PD e Presidente del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo.
“Il Governo continua a non intervenire mentre i prezzi dei carburanti aumentano e trascinano verso l’alto il costo dei beni alimentari e dei prodotti di prima necessità. È una scelta precisa: fare cassa sulle spalle delle famiglie.
Ogni aumento dei prezzi genera maggior gettito fiscale e il Governo sta lasciando correre questa dinamica senza mettere in campo alcuna misura per contenerla. Si sta costruendo un tesoretto mentre gli italiani diventano più poveri.
Meloni aveva promesso di abolire le accise. Oggi non solo non le riduce, ma le ha persino aumentate con la legge di bilancio di dicembre, intervenendo sul diesel e non fa nulla ora che i prezzi tornano a salire per colpa di una guerra scatenata dai suoi alleati, Trump e Netanyahu, che sta producendo effetti economici diretti anche nel nostro Paese, nel silenzio della premier e nel delirio filorusso del suo vicepremier.
Il risultato è chiaro: famiglie e imprese pagano, il Governo incassa e non interviene. Questa non è incapacità. È una scelta politica.
Ed è una scelta politica che danneggia alcuni territori del nostro paese prima di altri come dimostra la richiesta del tavolo di crisi del mondo della pesca e i danni che si stanno producendo nelle isole, già in ginocchio per i costi dei trasporti marittimi e su gomma.
Il Governo dica con chiarezza se intende continuare a fare cassa sull’aumento dei prezzi o se vuole finalmente intervenire per proteggere cittadini e imprese.”
Così il deputato del Pd Silvio Lai.
"Questo governo continua a mostrarsi colpevolmente immobile di fronte alle conseguenze economiche drammatiche che il conflitto sta scaricando sulle famiglie e sulle imprese italiane. I segnali sono sotto gli occhi di tutti: il prezzo dei carburanti è alle stelle, le bollette aumentano, e a cascata cresce il costo del carrello della spesa. Una pressione insostenibile per milioni di cittadini, a cui l'esecutivo non ha ancora dato alcuna risposta concreta. E non si tratta solo di inerzia economica. Ci sono voluti dodici giorni alla Presidente del Consiglio per presentarsi in Parlamento e illustrare la posizione ufficiale dell'Italia sul conflitto illegale avviato da Trump insieme a Netanyahu in Iran e lo ha fatto dopo aver dichiarato in televisione, poche ore prima, di non condividere e non condannare quell'intervento. Una posizione non solo tardiva, ma politicamente inaccettabile. Il Partito Democratico con la segretaria Elly Schlein ha chiesto di assumere una posizione politica di netta contrarietà alla guerra e di indisponibilità all'utilizzo delle basi militari per sostenere gli attacchi. Ed ha avanzato anche una proposta chiara e immediatamente praticabile per aiutare famiglie e imprese: attivare il meccanismo delle accise mobili, utilizzando cioè l'extra gettito IVA generato dai rincari, per abbassare il prezzo della benzina e alleggerire il peso del carrello della spesa per famiglie e imprese. Dal governo non è arrivata alcuna risposta. Tante dichiarazioni, nessuna misura. Solo buone intenzioni, ma nessuna azione concreta. Un silenzio che ha un costo reale, e lo stanno pagando gli italiani". Lo ha detto Piero De Luca, deputato Pd e capogruppo in commissione politiche europee a Tagadà su La7
“Abbiamo depositato un’interrogazione urgente al Ministero del Lavoro e al Mimit per chiedere conto della scelta di invitare organizzazioni non rappresentative e firmatarie di contratti pirata ai tavoli. La decisione delle organizzazioni datoriali di disertare il tavolo di ieri non ha precedenti e segnala un disagio crescente rispetto ai tentativi continui del governo di rendere inutile il confronto con le parti sociali. Devono spiegare all’opinione pubblica se pensano che sia giusto tollerare chi fa dumping salariale e concorrenza sleale sul mercato riducendo i diritti di chi lavora. Per questo chiediamo quali siano i criteri che ispirano queste scelte”.
Così i deputati e le deputate Pd della commissione Lavoro, Arturo Scotto, Chiara Gribaudo, Mauro Laus, Marco Sarracino, Emiliano Fossi e la responsabile Lavoro dem, Maria Cecilia Guerra.
“Mentre la Presidente del Consiglio continua a mantenere una posizione ambigua sul piano internazionale, gli effetti della guerra si abbattono direttamente su famiglie e imprese italiane. L’aumento dei prezzi dei carburanti sta già trascinando verso l’alto il costo dei beni alimentari, aggravando una situazione economica già complessa. E le accise? Restano dove sono: le promesse di abbassarle sono rimaste nei video social della presidente Meloni”: Lo dichiara la vicepresidente dei deputati del Partito Democratico, Simona Bonafè.
“Come Partito Democratico continuiamo a proporre una misura semplice e immediata: abbassare le accise. Non una rivoluzione, ma almeno un segnale concreto. Perché, al momento, l’unica cosa che scende sembra essere il potere d’acquisto delle famiglie con gli stipendi al palo. Serve un intervento urgente e chiaro da parte del governo: meno immobilismo e più risposte concrete per cittadini e imprese”: conclude.
“Tempo per Fedez si, quello per abbassare il costo del carburante no. Giorgia Meloni, dopo quasi 4 anni a Palazzo Chigi, non ha ancora capito che è la presidente del consiglio di tutti gli italiani e continua a comportarsi come una leader di partito, che però non è più all’opposizione. E che dunque deve prendere decisioni immediate e urgenti – le ricordo ancora una volta che lei aveva promesso di eliminarle le accise sui carburanti – per tenere sotto controllo i prezzi, aumentati vertiginosamente, anche a causa dell’ennesimo conflitto avviato dal suo amico Donald Trump, assieme ad Israele, contro l’Iran. Abbassi le accise, venga in Parlamento a confrontarsi con i deputati, saremo felici di fornirle supporto per andare incontro alle difficoltà degli italiani, delle famiglie che più di tutti stanno pagando i capricci americani e l’immobilismo del nostro governo”. Lo dichiara il segretario regionale del Pd Sicilia e deputato alla Camera, Anthony Barbagallo.
"In una democrazia è compito di chi ricopre incarichi istituzionali, soprattutto se di enorme responsabilità come il sottosegretario alla Giustizia Delmastro, con delega al Dap, chiarire se coinvolti in vicende opache e con molte ombre. Secondo ricostruzioni di stampa, Delmastro sarebbe stato in affari con una diciottenne figlia di un prestanome di mafiosi. Oggi tutta la vicenda è stata rivelata dal Fatto quotidiano, e in parte ammessa dallo stesso sottosegretario, che tuttavia si beffa del dovere di dare spiegazioni serie e vorrebbe farci credere che non sapeva chi fosse il padre. Ma davvero prendono per stupidi gli italiani? O è la presunzione di impunità che lo tiene ancora al suo posto di Governo, dopo la condanna in primo grado? Il fatto lo stesso Delmastro, qualche mese fa, con diffamatoria sicumera e sprezzo del ridicolo, aveva detto che "il Pd aveva accettato di fare un inchino ai mafiosi", rende tutto paradossale ma non meno grave. Questa vicenda, che dovrà essere affrontata in Commissione Antimafia, non può essere liquidata come stanno facendo i vertici di Fratelli d’Italia. Perché colpisce la credibilità delle istituzioni, e dunque va chiarita dal Governo, prima del voto di domenica. Se fosse confermata la ricostruzione del Fatto, Delmastro non potrebbe restare un minuto in più al suo posto. Perché chi ricopre incarichi di così grande responsabilità non può avere ombre inquietanti sul proprio operato". Così il deputato Peppe Provenzano, componente della Commissione Antimafia e membro della segreteria nazionale Pd.
“Destano forte preoccupazione i presunti rapporti del sottosegretario Delmastro con persone legate alla criminalità organizzata:
fatti gravissimi su cui la presidente del Consiglio deve fornire chiarimenti.
A questo si aggiunge anche una palese violazione della legge sul conflitto di interessi. La società G&G, costituita da Delmastro nel novembre 2025, non compare infatti nell’ultima relazione semestrale sul conflitto di interessi dell’Antitrust di dicembre 2025. Un’assenza molto grave dal momento che la legge impone di comunicare entro venti giorni qualsiasi variazione patrimoniale dei componenti del Governo. Delmastro non sembra averlo fatto. Perché?
Se confermata, la mancata comunicazione configurerebbe una violazione della normativa sul conflitto di interessi, con possibili conseguenze anche penali. Serve chiarezza immediata: Delmastro deve spiegare perché ha taciuto o, peggio, nascosto queste informazioni, impedendo di fatto ai agli organi preposti di effettuare correttamente i controlli sul conflitto di interessi” così la capogruppo democratica nella commissione affari costituzionali della Camera, Simona Bonafè.